«Molte pagine di questa storia — diceva colei che l’aveva scritta — non saranno mai lette sulla terra». È necessario ripetere e sottolineare le sue parole. Vi sono sofferenze che non devono essere svelate quaggiù; Nostro Signore ha gelosamente riservato a Sé il diritto di rivelarne il merito e la gloria, nella visione luminosa in cui ogni velo sarà rimosso. «Mio Dio — esclamò il giorno della sua professione religiosa — donami il martirio dell’anima o del corpo . . . o piuttosto donami l’uno e l’altro!» E Nostro Signore, che, come ella stessa confessava, esaudiva tutti i suoi desideri, le concesse anche questo, e in misura più abbondante degli altri. Egli fece sì che «i torrenti di infinita tenerezza racchiusi nel Suo Cuore divino si riversassero nell’anima della Sua piccola Sposa». Era questo il «Martirio d’Amore», così ben descritto nel suo canto melodioso. Ma ella stessa insegnava che «consacrarsi come Vittima d’Amore non significa consacrarsi alle dolcezze e alle consolazioni; significa offrirsi a tutto ciò che è doloroso e amaro, perché l’Amore vive soltanto di sacrificio . . . e quanto più vogliamo abbandonarci all’Amore, tanto più dobbiamo abbandonarci alla sofferenza».
Perciò, poiché desiderava raggiungere «la vetta più sublime dell’Amore», il Maestro divino ve la condusse per l’aspro sentiero del dolore, e soltanto sulla sua desolata cima ella morì come Vittima d’Amore.
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Abbiamo visto quanto grande fosse stato il suo sacrificio nel lasciare la casa felice e il padre che l’amava con tanta tenerezza. Si potrebbe immaginare che questo sacrificio fosse stato addolcito dal fatto che al Carmelo ritrovava le sue due amatissime sorelle maggiori. Al contrario, ciò offrì alla giovane postulante molte occasioni per mortificare i suoi forti affetti naturali. Le regole della solitudine e del silenzio erano rigorosamente osservate, ed ella vedeva le sue sorelle soltanto durante la ricreazione. Se fosse stata meno mortificata, avrebbe potuto sedersi spesso accanto a loro, ma «cercava di preferenza la compagnia delle religiose che le erano meno gradite», e nessuno avrebbe saputo dire se nutrisse o meno un affetto particolare per le proprie sorelle.
Qualche tempo dopo il suo ingresso, fu assegnata come «aiutante» a suor Agnese di Gesù, la sua cara «Paolina»; fu questa una nuova occasione di sacrificio. Teresa sapeva che ogni conversazione non necessaria era proibita, e perciò non si permetteva neppure la minima parola. «O mia piccola Madre — disse più tardi — quanto ho sofferto! Non potevo aprirvi il mio cuore, e pensavo che non mi conosceste più!»
Dopo cinque anni di questo eroico silenzio, suor Agnese di Gesù fu eletta priora. La sera dell’elezione Teresa avrebbe ben potuto rallegrarsi al pensiero che d’ora in poi avrebbe potuto parlare liberamente alla sua «piccola Madre» e, come un tempo, effondere la propria anima. Ma il sacrificio era diventato il suo pane quotidiano. Se desiderava un favore più di ogni altro, era quello di essere considerata l’ultima e la più piccola; e, fra tutte le religiose, nessuna vedeva la Madre priora meno di lei.
Desiderava vivere la vita del Carmelo con tutta la perfezione richiesta da santa Teresa e, benché martoriata da un’aridità abituale, la sua preghiera era continua. Un giorno una novizia, entrando nella sua cella, fu colpita dall’espressione celestiale del suo volto. Cuciva alacremente, eppure sembrava assorta in una profonda contemplazione. «A che cosa pensate?» le chiese la giovane suora. «Sto meditando sul “Padre nostro” — rispose Teresa. — È così dolce chiamare Dio “Padre nostro”!» . . . e le lacrime le brillavano negli occhi. Un’altra volta disse: «Non riesco proprio a vedere che cosa avrò in Cielo più di quanto abbia ora; vedrò Dio, è vero, ma quanto a stare con Lui, lo sono già fin da questa terra».
La fiamma dell’Amore divino la consumava, ed ecco ciò che ella stessa racconta: «Pochi giorni dopo la mia offerta all’Amore misericordioso di Dio, ero in coro e cominciavo la Via Crucis, quando mi sentii improvvisamente ferita da un dardo di fuoco così ardente che credetti di morire. Non so come spiegare questo trasporto; non vi è paragone che possa descrivere l’intensità di quella fiamma. Mi sembrava che una forza invisibile mi immergesse tutta nel fuoco. . . . Ma, oh, quale fuoco! Quale dolcezza!»
Quando la Madre priora le domandò se quello fosse il primo rapimento che avesse sperimentato, rispose semplicemente: «Cara Madre, ho avuto diversi trasporti d’amore, e uno in particolare durante il noviziato, quando rimasi per un’intera settimana lontana da questo mondo. Mi sembrava che un velo fosse stato steso su tutte le cose terrene. Ma allora non ero consumata da un vero fuoco. Potevo sopportare quei trasporti d’amore senza attendermi di vedere spezzarsi i legami che mi tenevano avvinta alla terra; mentre, nel giorno di cui ora parlo, un minuto — un secondo — di più e la mia anima sarebbe stata liberata. Ahimè! Mi ritrovai sulla terra, e subito l’aridità tornò nel mio cuore». È vero, la Mano divina aveva ritirato il dardo infuocato, ma la ferita era mortale!
In quella stretta unione con Dio, Teresa acquistò una straordinaria padronanza di sé. Tutte le soavi virtù fiorivano nel giardino della sua anima, ma non immaginiamo che quei fiori meravigliosi crescessero senza sforzo da parte sua.
«In questo mondo non vi è fecondità senza sofferenza: dolore fisico, pena segreta o prove talvolta note soltanto a Dio. Quando, leggendo le vite dei santi, sono sorti nelle nostre anime buoni pensieri e propositi generosi, non dobbiamo accontentarci, come nel caso dei libri profani, di rendere un certo tributo di ammirazione al genio dei loro autori; dovremmo piuttosto considerare il prezzo che essi hanno senza dubbio pagato per il bene soprannaturale che hanno prodotto».[1]
E se oggi Teresa trasforma tanti cuori e il bene che compie sulla terra è incalcolabile, possiamo ben credere che abbia acquistato tutto questo allo stesso prezzo con cui Gesù ha riscattato le nostre anime: con la sofferenza e la Croce!
Non era certo tra le minori di queste sofferenze la guerra incessante che conduceva contro se stessa, negando ogni soddisfazione alle esigenze del suo temperamento naturalmente fiero e impetuoso. Ancora bambina, aveva preso l’abitudine di non giustificarsi e di non lamentarsi mai; al Carmelo si sforzava di essere la piccola serva delle sue consorelle e, nello stesso spirito di umiltà, cercava di obbedire a tutte senza distinzione.
Una sera, durante la sua malattia, la comunità si era riunita in giardino per cantare un inno davanti a un altare del Sacro Cuore. Suor Teresa, già consumata dalla febbre, le raggiunse a fatica e, arrivata completamente esausta, fu costretta a sedersi subito. Quando cominciò l’inno, una delle suore le fece cenno di alzarsi. Senza esitare, l’umile figliola si alzò e, nonostante la febbre e la forte oppressione di cui soffriva, rimase in piedi fino alla fine.
L’infermiera le aveva consigliato di fare ogni giorno una breve passeggiata in giardino, per un quarto d’ora. Questa raccomandazione era per lei un ordine. Un pomeriggio una consorella, notando quanto le costasse, le disse: «Suor Teresa, faresti molto meglio a riposare; camminare così non può farti alcun bene. Non fai che stancarti!». «È vero», rispose, «ma sai che cosa mi dà forza? Offro ogni passo per un missionario. Penso che forse, laggiù, lontano, uno di loro sia affaticato e stanco per le sue fatiche apostoliche, e per alleviare la sua stanchezza offro la mia al buon Dio».
Diede alle sue novizie bellissimi esempi di distacco. Un anno i parenti delle suore e le persone al servizio del monastero avevano mandato dei mazzi di fiori per la festa della Madre Priora. Teresa li stava disponendo con molto gusto, quando una suora conversa disse con stizza: «Si vede bene che i mazzi grandi sono stati donati dai tuoi amici. Immagino che quelli mandati dai poveri saranno messi ancora una volta in secondo piano!». . . . Un dolce sorriso fu l’unica risposta e, nonostante l’effetto poco gradevole, Teresa mise subito nel posto di maggior risalto i fiori mandati dalle persone di servizio.
Colpita da tanta ammirazione, la suora conversa andò subito dalla Priora per accusarsi della propria scortesia e lodare la pazienza e l’umiltà mostrate da suor Teresa.
Dopo la morte di Teresa, quella stessa consorella, piena di fiducia, appoggiò la fronte ai piedi della santa religiosa, chiedendole ancora una volta perdono per la propria mancanza. In quello stesso istante si sentì guarita dall’anemia cerebrale di cui soffriva da molti anni e che le aveva impedito di dedicarsi sia alla lettura sia all’orazione mentale.
Lungi dall’evitare le umiliazioni, suor Teresa le cercava con ardore e per questo si offrì come «aiutante» a una consorella che, lo sapeva bene, era difficile da accontentare; la sua generosa proposta fu accettata. Un giorno, dopo che aveva sofferto molto a causa di questa consorella, una novizia le chiese perché apparisse così felice. Grande fu la sua sorpresa nel sentirsi rispondere: «È perché suor N. mi ha appena detto cose sgradevoli. Che piacere mi ha dato! Vorrei poterla incontrare adesso e rivolgerle un dolce sorriso». . . . Stava ancora parlando quando la consorella in questione bussò alla porta, e la novizia, stupita, poté vedere con i propri occhi come perdonano i santi. Suor Teresa riconobbe in seguito che «si librava così in alto al di sopra delle cose terrene che le umiliazioni non facevano che renderla più forte».
A tutte queste virtù univa un coraggio mirabile. Fin dal suo ingresso al Carmelo, all’età di quindici anni, le fu permesso di seguire tutte le osservanze della sua austera Regola, a eccezione dei soli digiuni. Talvolta le compagne di noviziato, vedendola così pallida, cercavano di ottenerle una dispensa dall’Ufficio notturno o dall’alzarsi al mattino all’ora consueta, ma la Madre Priora non acconsentiva mai a queste richieste. «Un’anima di tale tempra», diceva, «non va trattata come una bambina; le dispense non sono fatte per lei. Lasciatela fare, perché Dio la sostiene. Del resto, se è davvero malata, venga a dirmelo lei stessa».[2]
Ma per Teresa fu sempre un principio che «dobbiamo giungere al limite delle nostre forze prima di lamentarci». Quante volte partecipò al Mattutino soffrendo di vertigini o di violenti mal di testa! «Sono in grado di camminare», diceva, «e dunque devo essere al mio posto per compiere il mio dovere». E, grazie a questa indomita energia, compì atti eroici.
Il suo stomaco delicato si abituò a fatica al vitto frugale del Carmelo. Certi cibi le facevano male, ma sapeva nasconderlo così bene che nessuno lo sospettò mai. La sua vicina di tavola raccontava di aver cercato invano di scoprire quali piatti preferisse, e le suore addette alla cucina, trovandola così facile da accontentare, le servivano immancabilmente ciò che restava. Solo durante la sua ultima malattia, quando le fu ordinato di dire quali cibi le facessero male, le sue mortificazioni vennero alla luce. «Quando Gesù vuole che soffriamo», disse allora, «non c’è modo di sottrarvisi. Così, quando suor Maria del Sacro Cuore[3] era procuratrice, si adoperava per prendersi cura di me con tenerezza materna. In apparenza ero accudita molto bene, eppure quante mortificazioni mi imponeva! Mi serviva infatti secondo il proprio gusto, che era del tutto opposto al mio».
Lo spirito di sacrificio di Teresa abbracciava ogni cosa; cercava con ardore ciò che era penoso e sgradevole, come la parte che le spettava. Tutto ciò che Dio le chiedeva, ella Glielo donava senza esitazioni né riserve.
«Durante il postulandato», diceva, «mi costava molto compiere certe penitenze esteriori, consuete nei nostri monasteri, ma non cedetti mai a queste ripugnanze; mi sembrava che l’immagine del mio Signore crocifisso mi guardasse con occhi supplichevoli e mi chiedesse questi sacrifici».
La sua vigilanza era così attenta che non trascurava mai alcuna piccola raccomandazione della madre priora, né alcuna di quelle piccole regole che rendono tanto meritoria la vita religiosa. Una delle monache anziane, avendo notato la sua straordinaria fedeltà in questo, da allora la considerò sempre una santa. Suor Teresa era solita dire che non faceva mai grandi penitenze. Questo perché il suo fervore le faceva considerare un nulla le poche che le erano permesse. Accadde tuttavia che si ammalasse per aver portato troppo a lungo una piccola croce di ferro, irta di punte aguzze che le penetravano nella carne. «Una simile inezia non avrebbe provocato questo», disse in seguito, «se Dio non avesse voluto farmi comprendere così che le maggiori austerità dei santi non sono fatte per me, né per le anime che percorrono la via dell’“infanzia spirituale”».
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«Le anime più care al Padre Mio», disse una volta Nostro Signore a santa Teresa, «sono quelle che Egli mette maggiormente alla prova, e la grandezza delle loro prove è la misura del Suo Amore». Teresa era un’anima carissima a Dio, ed Egli stava per colmare la misura del Suo Amore facendola passare attraverso un vero martirio. Il lettore ricorderà la chiamata del Venerdì Santo, il 3 aprile 1896, quando, per usare le sue stesse parole, ella udì il «mormorio lontano che annunciava l’avvicinarsi dello Sposo»; ma doveva ancora sopportare lunghi mesi di dolore prima dell’ora beata della sua liberazione.
La mattina di quel Venerdì Santo diede così poco peso all’emorragia della notte precedente che la madre priora le permise di praticare tutte le penitenze prescritte dalla Regola per quel giorno. Nel pomeriggio una novizia la vide pulire i vetri. Aveva il volto livido e, nonostante la sua grande energia, era evidente che le forze fossero quasi esaurite. Vedendo la sua stanchezza, la novizia, che le voleva molto bene, scoppiò in lacrime e le chiese il permesso di ottenere per lei un po’ di sollievo. Ma la giovane maestra delle novizie glielo proibì fermamente, dicendo che era ben capace di sopportare quella lieve fatica nel giorno in cui Gesù aveva sofferto ed era morto.
Ben presto una tosse persistente cominciò a preoccupare la madre priora; prescrisse a suor Teresa un’alimentazione più nutriente, e la tosse cessò per qualche tempo. «Davvero la malattia è troppo lenta a liberarmi», esclamò la nostra cara sorellina, «posso contare soltanto sull’Amore».
Si sentiva fortemente attratta dall’idea di rispondere all’appello delle carmelitane di Hanoi, che desideravano tanto averla con loro, e cominciò una novena al venerabile Teofano Vénard[4] per ottenere la guarigione; ma, ahimè, quella novena non segnò che l’inizio di una fase più grave della sua malattia.
Come il suo Divino Maestro, passò per il mondo facendo del bene; come Lui, era stata dimenticata e sconosciuta, e ora, sempre seguendo le Sue orme, doveva salire il colle del Calvario. Abituata a vederla sempre sofferente, eppure sempre gioiosa e coraggiosa, la madre priora, senza dubbio ispirata da Dio, le permetteva di prendere parte agli esercizi della comunità, alcuni dei quali la affaticavano moltissimo. La sera saliva coraggiosamente le scale da sola, fermandosi a ogni gradino per riprendere fiato. Raggiungeva a fatica la sua cella, e in uno stato di tale spossatezza che talvolta, come confessò in seguito, le occorreva un’ora intera per spogliarsi. Dopo tutta quella fatica, era su un duro pagliericcio che si riposava. Anche le notti erano molto penose e, quando le fu chiesto se non desiderasse avere qualcuno vicino nelle ore di dolore, rispose: «Oh, no! Al contrario, sono ben felice di trovarmi in una cella lontana dalle mie consorelle, così che non mi si possa sentire. Sono contenta di soffrire da sola: non appena mi si compatisce e mi si colma di attenzioni, la mia felicità mi abbandona».
Quale forza d’animo rivelano queste parole! Dove noi troviamo dolore, lei trovava gioia. Ciò che per noi è tanto difficile da sopportare — essere trascurati e ignorati dalle creature — diventava per lei una fonte di delizia. E il suo Sposo divino sapeva bene come procurarle quella gioia amara che lei trovava tanto dolce. Spesso si doveva ricorrere a rimedi dolorosi. Un giorno, dopo averne sofferto più del solito, riposava nella sua cella durante la ricreazione e udì una consorella che, in cucina, parlava così di lei: «Suor Teresa non vivrà a lungo, e davvero a volte mi domando che cosa troverà da dire di lei la nostra Madre priora quando morirà.[5] Sarà proprio in difficoltà, perché questa piccola suora, per quanto amabile, non ha certo mai fatto nulla di cui valga la pena parlare». La suora infermiera, che aveva udito anche lei quell’osservazione, si voltò verso Teresa e le disse: «Se facessi affidamento sull’opinione delle creature, oggi saresti davvero delusa». «L’opinione delle creature!», rispose lei. «Per fortuna Dio mi ha dato la grazia di esservi del tutto indifferente. Lascia che ti racconti un fatto che mi ha mostrato, una volta per tutte, quanto valga. Pochi giorni dopo la mia vestizione, andai nella stanza della nostra cara Madre, e una delle consorelle che si trovava lì, vedendomi, disse: “Cara Madre, questa novizia vi fa davvero onore. Che bell’aspetto ha! Spero che possa osservare la Regola ancora per molti anni”. Mi sentivo proprio compiaciuta di questo complimento, quando entrò un’altra consorella e, guardandomi, disse: “Povera suor Teresa, come sembri stanca! Mi fai proprio preoccupare. Se non ti riprendi presto, temo che non potrai osservare la Regola ancora a lungo”. Allora avevo soltanto sedici anni, ma questo piccolo episodio mi fece una tale impressione che da quel momento non diedi più importanza alla mutevole opinione delle creature».
In un’altra occasione qualcuno osservò: «Si dice che tu non abbia mai sofferto molto». Sorridendo, indicò un bicchiere che conteneva una medicina di un rosso vivo. «Vedi questo bicchierino?», disse. «Si direbbe che contenga una bevanda deliziosa, mentre in realtà è più amara di qualsiasi altra cosa io prenda. È l’immagine della mia vita. Agli occhi degli altri è stata tutta rosea; hanno pensato che bevessi continuamente un vino delizioso; eppure per me è stata piena di amarezza. Dico amarezza, e tuttavia la mia vita non è stata amara, perché ho imparato a trovare la mia gioia e la mia dolcezza in tutto ciò che è amaro».
«In questo momento soffri molto, non è vero?» «Sì, ma ho tanto desiderato soffrire». «Quanto ci addolora vederti soffrire così, e pensare che il dolore possa aumentare!», dissero le sue novizie.
«Oh! Non affliggetevi per me. Sono arrivata a un punto in cui non posso più soffrire, perché ogni sofferenza è diventata tanto dolce. Del resto, è proprio un errore angustiarvi per ciò che potrei ancora dover patire. È come intromettersi nell’opera di Dio. Noi che corriamo sulla via dell’Amore non dobbiamo mai lasciarci turbare da nulla. Se non vivessi semplicemente un momento dopo l’altro, mi sarebbe impossibile essere paziente; ma guardo soltanto al presente, dimentico il passato e mi guardo bene dall’anticipare il futuro. Quando cediamo allo scoraggiamento o alla disperazione, di solito è perché pensiamo troppo al passato e al futuro. Ma pregate molto per me, perché spesso è proprio quando grido al Cielo chiedendo aiuto che mi sento più abbandonata».
«Come fai a non cedere allo scoraggiamento in quei momenti?» «Mi rivolgo a Dio e a tutti i Suoi santi e li ringrazio nonostante tutto; credo che vogliano vedere fino a che punto possa arrivare la mia fiducia. Ma le parole di Giobbe non sono entrate invano nel mio cuore: “Anche se Dio mi uccidesse, continuerei a confidare in Lui”.[6] Confesso che mi ci è voluto molto tempo per giungere a questo grado di abbandono; ma ora l’ho raggiunto, ed è il Signore stesso ad avermi condotta fin qui».
Un’altra volta disse: «La volontà di Nostro Signore mi riempie il cuore fino all’orlo; perciò, se vi si aggiunge qualcos’altro, non può penetrare in profondità, ma vi scivola sopra facilmente, come olio sulla superficie di acque limpide. Se il mio cuore non fosse già traboccante e dovesse essere riempito dai sentimenti di gioia e di tristezza che si alternano così rapidamente, allora sì che sarebbe sommerso da un’ondata di amaro dolore; ma questi mutamenti che si susseguono così in fretta increspano appena la superficie della mia anima, e nelle sue profondità regna una pace che nulla può turbare».
Eppure la sua anima era avvolta da fitte tenebre, e le tentazioni contro la fede, sempre vinte ma sempre ricorrenti, erano lì a privarla di ogni sentimento di felicità al pensiero della morte ormai vicina. «Se non fosse per questa prova, che è impossibile comprendere», diceva, «credo che morirei di gioia al pensiero di lasciare presto questa terra».
Con questa prova, il Divino Maestro volle portare a compimento la sua purificazione, rendendola così capace non solo di camminare a passi rapidi, ma di correre nella sua piccola via di fiducia e di abbandono. Le sue parole lo dimostravano ripetutamente. «Non desidero né la morte né la vita. Se Nostro Signore mi offrisse di scegliere, non sceglierei. Voglio soltanto ciò che Egli vuole; è ciò che Egli fa che io amo. Non temo l’ultima lotta, né alcun dolore, per quanto grande, che la mia malattia possa recarmi. Dio è sempre stato il mio aiuto. Mi ha condotta per mano fin dalla più tenera infanzia, e in Lui confido. La mia agonia potrà giungere agli estremi limiti, ma sono convinta che Egli non mi abbandonerà mai».
Una tale fiducia in Dio non poteva che suscitare il furore del demonio, di colui che, al termine della vita, ricorre a ogni inganno per seminare la disperazione nel cuore dei morenti.
«La notte scorsa sono stata presa da una terribile angoscia», confidò una volta a Madre Agnese di Gesù; «ero smarrita nelle tenebre, e da esse veniva una voce maledetta: “Sei certa che Dio ti ami? Te l’ha detto Lui stesso? Il giudizio delle creature non ti giustificherà ai Suoi occhi”. Questi pensieri mi tormentavano già da molto tempo, quando mi fu portato il vostro biglietto, come un messaggio dal Cielo. Mi ricordavate, cara Madre, le grazie speciali che Gesù aveva riversato su di me e, come se aveste ricevuto una rivelazione riguardo alla mia prova, mi assicuravate che ero profondamente amata da Dio e che ero sul punto di ricevere dalle Sue mani la mia corona eterna. Subito la pace e la gioia tornarono nel mio cuore. Eppure mi venne questo pensiero: “È l’affetto della mia piccola Madre che le fa scrivere queste parole”. Immediatamente mi sentii ispirata a prendere i Vangeli e, aprendo il libro a caso, mi imbattei in un passo che fino ad allora mi era sfuggito: “Colui che Dio ha mandato dice le parole di Dio, poiché Dio dà lo Spirito senza misura”.[7] Allora mi addormentai pienamente consolata. Siete voi, cara Madre, che il buon Dio mi ha mandato, e devo credervi, perché dite le parole di Dio».
Per diversi giorni, durante il mese di agosto, Teresa rimase, per così dire, fuori di sé e implorò che si pregasse per lei. Non la si era mai vista prima in quello stato e, nella sua indicibile angoscia, continuava a ripetere: «Oh! Quanto è necessario pregare per gli agonizzanti! Se solo si sapesse!»
Una notte supplicò l’infermiera di aspergere il suo letto con acqua benedetta, dicendo: «Sono assediata dal demonio. Non lo vedo, ma lo sento; mi tormenta e mi tiene in una morsa di ferro, perché io non trovi una briciola di conforto; accresce le mie sofferenze per spingermi alla disperazione. . . . E non riesco a pregare. Posso soltanto guardare la Madonna e dire: “Gesù!”. Quanto è necessaria quella preghiera che recitiamo a Compieta: “Procul recedant somnia et noctium phantasmata!” (“Liberaci dai fantasmi della notte”). Sta accadendo qualcosa di misterioso dentro di me. Non soffro per me stessa, ma per un’altra anima, e satana è adirato». L’infermiera, turbata, accese una candela benedetta, e lo spirito delle tenebre fuggì per non tornare mai più; ma la malata rimase fino alla fine in uno stato di estrema angoscia.
Un giorno, mentre contemplava il bel cielo, qualcuno le disse: «Presto la tua dimora sarà lassù, oltre il cielo azzurro. Con quanto amore lo guardi!». Ella si limitò a sorridere, ma in seguito disse alla Madre Priora: «Cara Madre, le sorelle non si rendono conto delle mie sofferenze. Poco fa, guardando il cielo, ammiravo soltanto la bellezza del cielo materiale: il vero Cielo mi sembra più che mai chiuso. Dapprima le loro parole mi hanno turbata, ma una voce interiore mi ha sussurrato: “Sì, guardavi il Cielo per amore. Poiché la tua anima è interamente abbandonata all’amore, tutte le tue azioni, anche le più indifferenti, portano questo sigillo divino”. Subito fui consolata».
Nonostante le tenebre che l’avvolgevano, il suo Divino Salvatore lasciava talvolta socchiusa la porta della sua prigione. Erano momenti in cui la sua anima si perdeva in slanci di fiducia e d’amore. Accadde così che un giorno, mentre passeggiava in giardino sorretta da una delle sue sorelle di sangue, si fermò davanti all’incantevole spettacolo di una chioccia che riparava sotto l’ala i suoi graziosi pulcini. Le si riempirono gli occhi di lacrime e, rivolgendosi alla compagna, disse: «Non posso più restare qui, rientriamo!». E anche quando fu giunta nella sua cella, le lacrime continuarono a scendere, e passò del tempo prima che riuscisse a parlare. Infine guardò la sorella con un’espressione celestiale e disse: «Pensavo a Nostro Signore e al bel paragone che ha scelto per farci comprendere la Sua ineffabile tenerezza. È questo che ha fatto per me tutti i giorni della mia vita. Mi ha nascosta interamente sotto la Sua ala. Non posso esprimere tutto ciò che ha appena commosso il mio cuore; è un bene per me che Dio Si nasconda e mi lasci vedere gli effetti della Sua misericordia solo di rado e, per così dire, “dietro le grate”. Se non fosse così, non potrei mai sopportare tanta dolcezza».
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Sconsolata alla prospettiva di perdere il proprio tesoro, il 5 giugno 1897 la comunità iniziò una novena a Nostra Signora delle Vittorie, nella fervida speranza che ella risollevasse ancora una volta miracolosamente il Piccolo Fiore che languiva. Ma la sua risposta fu la stessa data dal beato martire Teofano Vénard, e le sorelle dovettero accettare con generosità l’amarezza dell’imminente separazione.
All’inizio di luglio, le sue condizioni si fecero molto gravi e fu infine trasferita in infermeria. Vedendo la sua cella vuota e sapendo che non vi sarebbe più tornata, madre Agnese di Gesù le disse: «Quando non sarai più con noi, quanta tristezza proverò guardando questa cella!»
«Per consolarti, piccola Madre, potrai pensare a quanto sono felice lassù e ricordare che gran parte della mia felicità l’ho conquistata in quella piccola cella; perché», aggiunse, alzando i suoi begli occhi al Cielo, «vi ho sofferto tanto, e sarei stata felice di morirvi».
Entrando in infermeria, volse lo sguardo verso la statua miracolosa della Madonna, che vi era stata portata. Sarebbe impossibile descrivere quello sguardo. «Che cosa vedi?», le chiese sua sorella Maria, testimone della sua guarigione miracolosa da bambina. E Teresa rispose: «Non mi è mai sembrata così bella… ma oggi è la statua, mentre quell’altro giorno, come sai bene, non era la statua!». E da allora ricevette spesso simili consolazioni.
Una sera esclamò: «Oh, quanto amo la Beata Vergine! Se fossi stata sacerdote, come avrei cantato le sue lodi! Se ne parla come di una creatura inavvicinabile, mentre bisognerebbe presentarla come facile da imitare… È più Madre che Regina. Ho sentito dire che il suo splendore eclissa quello di tutti i santi, come il sole che sorge fa scomparire tutte le stelle. Mi sembra così strano. Che una Madre tolga la gloria ai suoi figli! Io penso proprio il contrario. Credo che accrescerà grandemente lo splendore degli eletti… Maria, nostra Madre! Oh, come dev’essere stata semplice la sua vita!». E, proseguendo il discorso, tracciò un quadro così dolce e incantevole della Sacra Famiglia che tutti i presenti ne rimasero rapiti.
Una croce molto pesante l’attendeva prima di andare a raggiungere il suo Sposo. Dal 16 agosto al 30 settembre, giorno felice della sua morte, non poté ricevere la santa Comunione a causa del suo continuo malessere. Pochi hanno avuto fame del Pane degli angeli come questo serafino della terra. Più e più volte, durante quell’ultimo inverno della sua vita, dopo notti di dolore intollerabile, si alzava di buon mattino per nutrirsi della Manna del Cielo, e nessun prezzo le sembrava troppo alto per la beatitudine di nutrirsi di Dio. Prima di privarla del tutto di questo Cibo celeste, Nostro Signore la visitò spesso sul suo letto di dolore. Particolarmente commovente fu la sua Comunione del 16 luglio, festa della Madonna del Carmelo. Durante la notte precedente aveva composto alcuni versi da cantare prima della Comunione.
Tu conosci la bassezza della mia anima, o Signore, eppure non temi di chinarti ed entrare in me. Vieni nel mio cuore, o Sacramento adorato! Vieni nel mio cuore… esso non desidera che Te! E quando verrai, fa’ che io muoia subito d’amore per Te; concedimi questa grazia! Oh, ascolta, Gesù, il mio grido supplice: vieni nel mio cuore!
Al mattino, quando il santo Viatico fu portato in infermeria, i chiostri erano cosparsi di una fitta distesa di fiori di campo e petali di rosa. Un giovane sacerdote, che quel giorno si apprestava a celebrare la sua prima Messa nella cappella del Carmelo, portò il Santissimo Sacramento alla suora morente; e, su desiderio di lei, suor Maria dell’Eucaristia — la cui voce era di una dolcezza eccezionale — cantò il seguente distico:
Dolce martirio! Morire dell’ardente fuoco d’amore:
il martirio che il mio cuore tanto desidera!
Affrettatevi, Cherubini, ad accordare la vostra lira;
non rimarrò a lungo nel dolore dell’esilio!
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Realizza il mio sogno, o Gesù, poiché sospiro
Di morire d’amore!
Pochi giorni dopo Teresa peggiorò, e il 30 luglio ricevette l’Unzione degli infermi. Raggiante di gioia, la piccola Vittima d’Amore ci disse: «La porta della mia oscura prigione è socchiusa. Sono immersa nella gioia, soprattutto da quando il nostro Padre Superiore mi ha assicurato che oggi la mia anima è come quella di un bambino appena battezzato».
Senza dubbio pensava che presto si sarebbe unita alla schiera dei Santi Innocenti vestiti di bianco. Non immaginava che dovessero ancora trascorrere due lunghi mesi di martirio. «Cara Madre», disse, «ti supplico, dammi il permesso di morire. Lascia che offra la mia vita per questa intenzione» — e la precisò alla priora. E quando il permesso le fu negato, rispose: «Ebbene, so che proprio in questo momento Nostro Signore ha un tale desiderio di un grappolino d’uva — che nessuno Gli darà — che dovrà per forza venire a rubarlo… Io non chiedo nulla; sarebbe allontanarmi dalla mia via di abbandono. Supplico soltanto la Madonna di ricordare al suo Gesù il titolo di Ladro, che Egli si attribuisce nei Vangeli, perché non dimentichi di venire a portarmi via».
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Un giorno suor Teresa prese una spiga da un covone che le avevano portato. Era così carica di chicchi che si piegava sullo stelo e, dopo averla contemplata per qualche tempo, disse alla madre priora: «Madre, questa spiga è l’immagine della mia anima. Dio l’ha colmata di grazie per me e per molti altri. E il mio desiderio più caro è di piegarmi sempre sotto il peso dei doni di Dio, riconoscendo che tutto viene da Lui».
Aveva ragione. La sua anima era davvero colma di grazie, ed era facile riconoscere lo Spirito di Dio che cantava le Sue lodi per bocca di quella fanciulla innocente.
Questo Spirito di Verità non aveva forse già dettato queste parole alla grande Teresa d’Avila:
“Le anime che sono giunte alla perfetta unione con Dio abbiano grande stima di sé, con un’umile e santa audacia. Tengano incessantemente davanti agli occhi il ricordo dei beni ricevuti e si guardino dal pensare di praticare l’umiltà non riconoscendo i doni di Dio. Non è forse chiaro che il ricordo costante dei doni ricevuti serve ad accrescere l’amore per Colui che li dona? Come può chi ignora le ricchezze che possiede spenderle generosamente a beneficio degli altri?”
Ma quella appena ricordata non fu l’unica occasione in cui la “piccola Teresa di Lisieux”[8] pronunciò parole che si rivelarono profetiche. Nel mese di aprile del 1895, mentre godeva ancora di ottima salute, confidò a una delle monache più anziane: “Morirò presto. Non dico che sarà fra pochi mesi, ma fra due o tre anni al massimo; lo so da ciò che avviene nella mia anima.”
Le novizie non riuscivano a nascondere la sorpresa quando ella leggeva i loro pensieri più intimi. “Questo è il mio segreto”, diceva loro: “Non vi rimprovero mai senza aver prima invocato la Beata Vergine e averle chiesto di ispirarmi ciò che sarà di maggior bene per voi, e spesso io stessa mi stupisco delle cose che vi insegno. In quei momenti sento di non sbagliarmi e che è Gesù a parlare per bocca mia.”
Durante la sua malattia, una delle sue sorelle aveva vissuto alcuni momenti di profonda angoscia, quasi di scoraggiamento, al pensiero dell’inevitabile separazione. Subito dopo si recò in infermeria, badando però a non lasciar trasparire alcun segno di dolore. Quale non fu la sua sorpresa quando Teresa, con tono triste e serio, le rivolse queste parole: “Non dobbiamo piangere come coloro che non hanno speranza.”
Una delle Madri, venuta a farle visita, le rese un piccolo servizio. “Come sarei felice”, pensò la Madre, “se quest’angelo mi dicesse soltanto: ‘Vi ricompenserò in Cielo!’” In quell’istante suor Teresa, volgendosi verso di lei, disse: “Madre, vi ricompenserò in Cielo!”
Ma ancor più sorprendente era la consapevolezza che aveva della missione alla quale Nostro Signore l’aveva destinata. Il velo che nasconde il futuro sembrava sollevato e più di una volta ella ce ne rivelò i segreti, con profezie che si sono già avverate.
“Non ho mai dato al buon Dio altro che amore; è con l’Amore
che Egli mi ricompenserà.
DOPO LA MIA MORTE FARÒ CADERE UNA PIOGGIA DI ROSE.”
Un’altra volta interruppe una consorella che le parlava della felicità del Cielo con queste sublimi parole: “Non è questo che mi attira.”
“E che cosa ti attira?”, chiese l’altra. “Oh! È l’Amore! Amare, essere amata e tornare sulla terra per far amare il nostro Amore!”
Una sera accolse Madre Agnese di Gesù con un’espressione di gioia straordinaria: “Madre!”, disse, “mi sono appena giunte all’orecchio alcune note di un concerto lontano e mi hanno fatto pensare che presto ascolterò le meravigliose melodie del Paradiso. Questo pensiero, però, mi ha dato soltanto un istante di gioia: una sola speranza mi fa palpitare il cuore, l’Amore che riceverò e l’Amore che potrò donare!
“Sento che la mia missione sta per cominciare: la mia missione di far amare Dio come io Lo amo . . . di insegnare alle anime la mia piccola via . . .
PASSERÒ IL MIO CIELO A FARE DEL BENE SULLA TERRA.
E questo non è impossibile, poiché dal cuore stesso della visione beatifica gli angeli vegliano su di noi. No, per me non potrà esserci riposo fino alla fine del mondo. Ma quando l’angelo avrà detto: ‘Il tempo non è più!’, allora riposerò, allora potrò gioire, perché il numero degli eletti sarà completo.”
“E che cos’è questa piccola via che vorresti insegnare alle anime?”
“È LA VIA DELL’INFANZIA SPIRITUALE, LA VIA DELLA FIDUCIA E DELL’ABBANDONO ASSOLUTO DI SÉ.
Voglio indicare loro i mezzi che ho sempre trovato così perfettamente efficaci, dire loro che quaggiù c’è una cosa sola da fare: dobbiamo offrire a Gesù i fiori dei piccoli sacrifici e conquistarLo con una carezza. È così che L’ho conquistato, ed è per questo che sarò accolta così bene.”
“Se con la mia piccola via d’amore ti conducessi per una strada sbagliata”, disse a una novizia, “non temere che ti lasci proseguire su di essa; tornerei presto sulla terra e ti direi di prendere un’altra strada. Se non ritorno, allora credi alla verità di queste mie parole: non possiamo mai avere troppa fiducia nel buon Dio, tanto è potente e misericordioso. Riceveremo nella misura in cui spereremo in Lui.”
Alla vigilia della festa della Madonna del Carmelo, una novizia le disse: “Penso che, se tu morissi domani, dopo la santa Comunione, sarei del tutto consolata: sarebbe una morte così bella!” Teresa rispose prontamente: “Morire dopo la santa Comunione! In una grande festa! No, non così. Nella mia ‘piccola via’ tutto è del tutto ordinario; tutto ciò che faccio devono poterlo fare anche le piccole anime.”
E a uno dei suoi fratelli missionari scrisse: “Ciò che mi attira alla Patria celeste è la chiamata del mio Signore, insieme alla speranza che finalmente Lo amerò come il mio cuore desidera e potrò farLo amare da una moltitudine di anime che Lo benediranno per tutta l’eternità.”
E in un’altra lettera indirizzata in Cina: «Confido pienamente che non rimarrò inattiva in Cielo; il mio desiderio è continuare la mia opera per la Chiesa e per le anime. Lo chiedo a Dio e sono convinta che Egli esaudirà la mia preghiera. Vedete dunque che, se lascio così presto il campo di battaglia, non è per un desiderio egoistico di riposo. Da molto tempo ormai la sofferenza è il mio Paradiso quaggiù sulla terra, e riesco a stento a concepire come potrò abituarmi a una terra dove la gioia non è mescolata al dolore. Gesù dovrà certamente operare una trasformazione completa nella mia anima, altrimenti non potrei mai sopportare le estasi del Paradiso».
Era proprio vero: la sofferenza era diventata il suo Paradiso sulla terra; l’accoglieva come noi accogliamo la felicità. «Quando soffro molto», diceva, «quando mi accade qualcosa di doloroso o di spiacevole, invece di assumere un’espressione malinconica, rispondo con un sorriso. All’inizio non sempre ci riuscivo, ma ora è diventata un’abitudine che sono felice di aver acquisito».
Una suora nutriva dubbi sulla pazienza di Teresa. Un giorno, durante una visita, notò sul volto della malata un’espressione di gioia non terrena e volle conoscerne il motivo. «È perché in questo momento il dolore è così acuto», rispose Teresa; «mi sono sempre sforzata di amare la sofferenza e di accoglierla con gioia». «Perché sei così radiosa questa mattina?», chiese madre Agnese di Gesù. «Per due piccole croci. Nulla mi dà “piccole gioie” come le “piccole croci”». E un’altra volta: «Hai avuto molte prove oggi?». «Sì, ma le amo! . . . Amo tutto ciò che il buon Dio mi manda!». «Le tue sofferenze sono terribili!». «No, non sono terribili: può una piccola Vittima d’Amore trovare terribile qualcosa che le viene mandato dal suo Sposo? A ogni istante Egli mi manda ciò che sono capace di sopportare, e nulla di più; e se aumenta il dolore, aumentano anche le mie forze. Ma non potrei mai chiedere sofferenze maggiori: sono un’anima troppo piccola. Allora sarebbero una mia scelta. Dovrei sopportarle tutte senza di Lui, e da sola non sono mai stata capace di fare nulla».
Così parlava sul letto di morte quella Vergine saggia e prudente, e la sua lampada, colma fino all’orlo dell’olio della virtù, arse luminosa sino alla fine. Se, come ci ricorda lo Spirito Santo nel Libro dei Proverbi: «La dottrina di un uomo si dimostra con la sua pazienza»,[9] coloro che l’hanno ascoltata possono ben credere nella sua dottrina, perché l’ha dimostrata con una pazienza che nessuna prova ha potuto vincere.
A ogni visita il medico esprimeva la propria ammirazione. «Se solo sapeste ciò che deve sopportare! Non ho mai visto nessuno soffrire così intensamente con una tale espressione di gioia soprannaturale. . . . Non potrò guarirla; non è fatta per questa terra». Vista la sua estrema debolezza, prescrisse alcuni ricostituenti. Teresa dapprima si rattristò per il loro costo, ma in seguito ammise: «Non mi preoccupa più dover prendere quei rimedi costosi, perché ho letto che, quando venivano somministrati a santa Geltrude, ella si rallegrava al pensiero che ne sarebbe derivato un bene per i nostri benefattori, poiché Nostro Signore stesso ha detto: “Tutto ciò che fate al più piccolo dei Miei piccoli, lo fate a Me”».[10] «Sono convinta che le medicine non possano guarirmi», aggiunse, «ma ho stretto un patto con Dio affinché ne traggano beneficio i poveri missionari che non hanno né il tempo né i mezzi per prendersi cura di sé».
La commuovevano molto i fiori che le venivano continuamente donati dagli amici fuori del convento, come pure le visite di un grazioso pettirosso che amava saltellare intorno al suo letto. In queste cose vedeva la Mano di Dio. «Madre, sento profondamente le tante commoventi prove dell’Amore di Dio per me. Ne sono colmata . . . eppure continuo a trovarmi nelle tenebre più profonde! . . . Soffro molto . . . moltissimo! E tuttavia il mio stato è di una pace profonda. Tutti i miei desideri si sono realizzati . . . Sono piena di fiducia».
Poco dopo mi raccontò questo piccolo episodio commovente: «Una sera, durante il “grande silenzio”, l’infermiera mi portò una borsa dell’acqua calda per i piedi e mi applicò della tintura di iodio sul petto. Bruciavo dalla febbre ed ero riarsa dalla sete e, mentre mi sottoponevo a queste cure, non potei fare a meno di dire a Nostro Signore: “Gesù mio, Tu vedi che già brucio, e mi hanno portato altro calore e altro fuoco. Oh! Se mi avessero portato anche solo mezzo bicchiere d’acqua, quale sollievo sarebbe stato! . . . Gesù mio! La Tua piccola ha tanta sete. Ma è felice di avere questa occasione per assomigliare di più a Te e così aiutarTi a salvare le anime”. L’infermiera mi lasciò poco dopo, e non mi aspettavo di rivederla fino al mattino seguente. Quale fu la mia sorpresa quando tornò pochi minuti dopo con una bevanda rinfrescante! “Mi è appena venuto in mente che potresti avere sete”, disse, “così ti porterò qualcosa ogni sera”. La guardai stupefatta e, quando fui di nuovo sola, mi sciolsi in lacrime. Oh! Com’è buono Gesù! Com’è tenero e amorevole! Com’è facile arrivare al Suo Cuore!».
. . . . . . .
Il 6 settembre, la piccola Sposa di Gesù ricevette una commovente prova delle amorevoli premure del Suo Sacro Cuore. Aveva espresso più volte il desiderio di possedere una reliquia del suo speciale patrono, il venerabile Teofano Vénard, ma, poiché il suo desiderio non si era realizzato, non ne aveva più parlato. Fu dunque sopraffatta dall’emozione quando la Madre Priora le portò il tesoro tanto desiderato, ricevuto proprio quel giorno. Lo baciò ripetutamente e non volle più separarsene.
Ci si potrebbe chiedere perché fosse tanto devota a questo giovane Martire. Lei stessa ne spiegò il motivo in un affettuoso colloquio con le proprie sorelle: «Teofano Vénard è un piccolo santo; la sua vita non fu segnata da nulla di straordinario. Aveva un’ardente devozione alla nostra Madre Immacolata e un tenero amore per la propria famiglia». Soffermandosi su queste parole, aggiunse: «Anch’io amo la mia famiglia di un tenero amore; non riesco a comprendere quei Santi che non condividono i miei sentimenti. Come dono d’addio, ho ricopiato per voi alcuni brani delle sue ultime lettere alla famiglia. La sua anima e la mia hanno molti punti in comune, e le sue parole non fanno che riecheggiare i miei pensieri».
Riportiamo qui una copia di quella lettera, che si sarebbe potuta credere scritta da Teresa stessa:
«Non trovo nulla sulla terra che possa rendermi veramente felice; i desideri del mio cuore sono troppo vasti e nulla di ciò che il mondo chiama felicità può appagarlo. Per me il tempo presto non sarà più; i miei pensieri sono rivolti all’Eternità. Il mio cuore è pieno di pace, come un lago tranquillo o un cielo senza nubi. Non rimpiango questa vita terrena. Ho sete delle acque della Vita Eterna.
«Ancora un poco e la mia anima avrà lasciato questa terra, avrà terminato il suo esilio, avrà concluso il suo combattimento. Vado in Cielo. Sto per entrare nella Dimora dei Beati: per vedere ciò che occhio non vide mai, per udire ciò che orecchio non udì mai, per godere di quelle cose che mai entrarono nel cuore dell’uomo . . . Sono giunto all’ora tanto desiderata da tutti noi. È proprio vero che Nostro Signore sceglie i piccoli per confondere i grandi di questa terra. Non faccio affidamento sulle mie forze, ma su Colui che, sulla Croce, ha vinto le potenze dell’inferno.
«Sono un fiore di primavera che il Divino Maestro coglie per il Suo piacere. Siamo tutti fiori piantati su questa terra, e Dio ci raccoglierà al momento da Lui stabilito: alcuni prima, altri più tardi . . . Io, piccolo fiore di un giorno, sono il primo a essere colto! Ma ci ritroveremo in Paradiso, dove ci sarà riservata una gioia senza fine.
«Suor Teresa di Gesù Bambino, con le parole dell’angelico martire Teofano Vénard».
Verso la fine di settembre, quando le fu riferito qualcosa che era stato detto durante la ricreazione sulla responsabilità di chi ha cura delle anime, parve riprendere un poco le forze e pronunciò queste belle parole: «A chi è piccolo è concessa misericordia.[11] È possibile rimanere piccoli anche nell’incarico di maggiore responsabilità, e non sta forse scritto che, nell’ultimo giorno, “il Signore si leverà per salvare i miti e gli umili della terra”?[12] Non dice “per giudicare”, ma “per salvare!”»
Con il passare del tempo, la marea della sofferenza saliva sempre più, ed ella divenne così debole da non poter compiere il minimo movimento senza aiuto. Persino sentire qualcuno sussurrare accresceva il suo malessere; la febbre e l’oppressione erano così intense che riusciva ad articolare una parola solo con grandissima difficoltà. Eppure un dolce sorriso era sempre sulle sue labbra. Il suo unico timore era di dare alle consorelle qualche disturbo in più, e fino a due giorni prima della morte non permise mai che qualcuno rimanesse con lei durante la notte. Tuttavia, nonostante le sue suppliche, la suora infermiera andava di tanto in tanto a trovarla. Una volta trovò Teresa con le mani giunte e gli occhi rivolti al Cielo. «Che cosa fate?», le chiese; «dovreste cercare di dormire». «Non posso, sorella, soffro troppo, perciò prego. . . .» «E che cosa dite a Gesù?» «Non Gli dico nulla: Lo amo soltanto!»
«Oh, quanto è buono Dio!» . . . esclamava talvolta. «Deve essere davvero molto buono per darmi la forza di sopportare tutto ciò che devo soffrire». Un giorno disse alla Madre Priora: «Madre, vorrei farvi conoscere lo stato della mia anima; ma non posso, in questo momento mi sento troppo sopraffatta». La sera Teresa le mandò queste righe, scritte a matita con mano tremante:
«O mio Dio, quanto sei buono con la piccola Vittima del Tuo Amore Misericordioso! Ora, anche quando unisci questi dolori del corpo a quelli della mia anima, non riesco a dire: “Le angosce della morte mi hanno circondata”.[13] Nella mia gratitudine esclamo piuttosto: “Sono scesa nella valle dell’ombra della morte, ma non temo alcun male, perché Tu, o Signore, sei con me”».[14]
La sua piccola Madre le disse: «Alcuni pensano che tu abbia paura della morte». «Potrebbe benissimo accadere», rispose; «non faccio affidamento sui miei sentimenti, perché so quanto sono fragile. Ci sarà tempo per portare quella croce, se verrà; intanto voglio rallegrarmi della mia felicità presente. Quando il cappellano mi ha chiesto se ero rassegnata a morire, ho risposto: “Padre, ho piuttosto bisogno di rassegnarmi a vivere: al pensiero della morte non provo che gioia”. Non turbatevi, cara Madre, se alla fine soffrirò molto e non mostrerò alcun segno di felicità. Nostro Signore stesso non è forse morto come “Vittima d’Amore”? E guardate quanto fu grande la Sua agonia!»
. . . . . . .
Finalmente spuntò il giorno eterno. Era giovedì 30 settembre 1897. Al mattino, la dolce Vittima, con gli occhi fissi sulla statua della Madonna, parlò così della sua ultima notte sulla terra: «Oh! Con quale fervore l’ho pregata! . . . Eppure è stata un’agonia senza un raggio di consolazione. . . . L’aria della terra mi viene meno: quando respirerò l’aria del Cielo?»
Da settimane non riusciva più a sollevarsi nel letto, ma alle due e mezzo del pomeriggio si mise a sedere ed esclamò: «Cara Madre, il calice è colmo fino a traboccare! Non avrei mai creduto che fosse possibile soffrire tanto intensamente. . . . Non riesco a spiegarmelo se non con il mio immenso desiderio di salvare le anime. . . .» E poco dopo: «Sì, tutto ciò che ho scritto sulla mia sete di sofferenza è proprio vero! Non mi pento di essermi abbandonata all’Amore».
Ripeté più volte queste ultime parole. Poco dopo aggiunse: «Madre, preparatemi a morire bene». La buona Madre Priora la incoraggiò con queste parole: «Figlia mia, sei del tutto pronta a comparire davanti a Dio, perché hai sempre compreso la virtù dell’umiltà». Allora Teresa, con parole sorprendenti, rese questa testimonianza di sé:
«Sì, lo sento; la mia anima ha sempre cercato la verità. . . . Ho compreso l’umiltà del cuore!»
. . . . . . .
Alle quattro e mezzo cominciò la sua agonia: l’agonia di questa «Vittima dell’Amore Divino». Quando la comunità si raccolse attorno a lei, la ringraziò con un dolcissimo sorriso; poi, interamente abbandonata all’amore e alla sofferenza, con il Crocifisso stretto nelle mani ormai prive di forza, entrò nell’ultimo combattimento. Il sudore della morte le imperlava copiosamente la fronte . . . tremava . . . ma, come il nocchiero ormai vicino al porto non si lascia sgomentare dalla furia della tempesta, così quest’anima, forte nella fede, scorgeva ormai vicine le luci dei fari del Cielo e si prodigava valorosamente con tutte le sue forze per raggiungere la riva.
Mentre le campane del monastero suonavano l’Angelus della sera, fissò uno sguardo inesprimibile sulla statua della Vergine Immacolata, Stella del Mare. Non era forse il momento di ripetere la sua bella preghiera:
«O tu che venisti a sorridermi al mattino della mia vita, vieni ancora una volta e sorridi, Madre, perché ormai è sera!»[15]
Pochi minuti dopo le sette, rivolgendosi alla Priora, la povera piccola Martire domandò: «Madre, non è forse l’agonia? . . . Non sto per morire?» «Sì, figlia mia, è l’agonia, ma forse Gesù vuole che si prolunghi per qualche ora». Con voce dolce e lamentosa rispose: «Ah, va bene allora . . . va bene . . . non desidero soffrire di meno!»
Poi, guardando il suo crocifisso:
«Oh! . . . Lo amo! . . . Mio Dio, Ti . . . amo!»
Queste furono le sue ultime parole. Le aveva appena pronunciate quando, con nostra grande sorpresa, si accasciò all’improvviso, con il capo leggermente inclinato a destra, nell’atteggiamento delle Vergini Martiri che si offrono alla spada; o piuttosto come una Vittima d’Amore, in attesa di ricevere dal Divino Arciere il dardo infuocato per il quale anela a morire.
All’improvviso si sollevò, come chiamata da una voce misteriosa; e, aperti gli occhi, che risplendevano di una felicità e di una pace indicibili, fissò lo sguardo poco al di sopra della statua della Madonna. Rimase così per il tempo di un Credo, finché la sua anima benedetta, divenuta ormai preda dell’«Aquila Divina», fu portata alle altezze del Cielo.
. . . . . . .
Pochi giorni prima della morte, questa piccola Santa aveva detto: «La morte d’Amore che tanto desidero è quella di Gesù sulla Croce». La sua preghiera fu pienamente esaudita. Le tenebre l’avvolsero e la sua anima fu immersa nell’angoscia. E tuttavia, non possiamo forse applicare anche a lei quella sublime profezia di san Giovanni della Croce, riferita alle anime consumate dal fuoco dell’Amore Divino: «Muoiono Vittime degli assalti dell’Amore, in estasi rapite, come il cigno, il cui canto si fa più dolce all’avvicinarsi della morte. Perciò il Salmista dichiarò: “Preziosa agli occhi del Signore è la morte dei Suoi santi”.[16] È allora, infatti, che i fiumi d’amore sgorgano dall’anima e si riversano nell’Oceano dell’Amore Divino».
Non appena la sua anima immacolata ebbe spiccato il volo, la gioia di quell’ultimo rapimento si impresse sulla sua fronte e un sorriso radioso le illuminò il volto. Le ponemmo in mano un ramo di palma; e i gigli e le rose che l’adornavano nella morte erano immagini della sua veste bianca del Battesimo, arrossata dal suo Martirio d’Amore.
Il sabato e la domenica una grande folla sfilò davanti alla grata della cappella delle monache, per contemplare le spoglie mortali del «Piccolo Fiore di Gesù». Centinaia di medaglie e di rosari furono portati a contatto con la «Piccola Regina», mentre riposava nella bellezza trionfante del suo ultimo sonno.
. . . . . . .
Il 4 ottobre, giorno delle esequie, si riunì nella cappella del Carmelo un folto gruppo di sacerdoti. Era un onore certamente dovuto a colei che aveva pregato con tanto fervore per quanti erano chiamati a quel sacro ministero. Dopo un’ultima solenne benedizione, questo chicco di grano di inestimabile valore fu deposto nel solco dalle mani della Santa Madre Chiesa.
Chi potrà dire quante spighe mature siano sorte da allora, quanti covoni debbano ancora venire? «In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo. Se invece muore, produce molto frutto».[17] Ancora una volta la parola del Mietitore Divino si è magnificamente compiuta.
LA PRIORA DEL CARMELO. _____________________________
[1] Dom Guéranger.
[2] Madre Maria di Gonzaga morì il 17 dicembre 1904, all’età di 71 anni. A quel tempo era Priora Madre Agnese di Gesù (Paolina). La prima, che apparteneva alla stessa stirpe di sant’Antonio di Padova, riconobbe in suor Teresa «un’anima eroica, piena di santità e capace di diventare un giorno un’eccellente Priora». A questo scopo la formò con una severità di cui la giovane Santa le fu profondamente grata. Tra le braccia di Madre Maria di Gonzaga il «Piccolo Fiore di Gesù» fu accolto al Carmelo, e tra quelle braccia morì, «felice», dichiarò, «di non avere in quell’ora come Superiora la sua “piccola Madre”, per poter meglio esercitare il suo spirito di fede nell’autorità». [N.d.R.]
[3] Come si ricorderà, si trattava di Maria, la sua sorella maggiore. [N.d.C.]
[4] Il beato Teofano Vénard nacque a St. Loup, nella diocesi di Poitiers, nella festa della Presentazione della Beata Vergine Maria, il 21 novembre 1829. Subì il martirio a Kecho, nel Tonchino, nella festa della Presentazione del Signore, il 2 febbraio 1861, all’età di 32 anni. Una lunga e deliziosa corrispondenza con la famiglia, iniziata negli anni del collegio e conclusa dalla sua «gabbia» di Kecho, rivela un’affinità di spirito poetico, come pure di santità e di amore per la famiglia, fra i due «fiori di primavera». La bellezza della sua anima traspariva a tal punto dal suo volto giovanile che gli fu risparmiata ogni tortura durante i due mesi trascorsi nella «gabbia». Nel 1909, anno in cui Teresa divenne «Serva di Dio» con l’apertura del processo diocesano, il suo patrono ricevette gli onori della beatificazione. Un’altra figlia della Francia — Giovanna, la sua «Pulzella martire» — le cui lodi erano state cantate in versi affettuosi dai santi di St. Loup e di Lisieux, fu beatificata quello stesso anno. [N.d.C.]
[5] Un’allusione alla notizia necrologica inviata a ciascuno dei Carmeli francesi quando muore una monaca carmelitana in quel Paese. Nel caso di monache morte in odore di santità, queste notizie raggiungono talvolta una notevole lunghezza. Quattro notizie diffuse dal Carmelo di Lisieux rivestono grande interesse per i devoti di suor Teresa e sono in corso di pubblicazione presso l’Orphans’ Press di Rochdale: quelle della santa fondatrice del Carmelo, madre Genoveffa di Santa Teresa, della cui morte si parla nel capitolo VIII; di madre Maria di Gonzaga, priora di Teresa; di suor Maria dell’Eucaristia (Marie Guérin), cugina di Teresa (capitolo III); e, la più interessante di tutte, l’ampio profilo, in parte autobiografico, di madre Maria di Sant’Angelo (Marie Ange), il «trofeo di Teresa», giunta per sua intercessione al Carmelo nel 1902 — dove chi scrive la conobbe nella primavera successiva; divenne priora nel 1908 e morì diciotto mesi dopo in odore di santità, a soli 28 anni. [N.d.C.]
[6] Cfr. Libro di Giobbe 13:15.
[7] Vangelo secondo Giovanni 3:34.
[8] Quando, prima della sua morte, le fu chiesto come avrebbero dovuto pregarla in Cielo, suor Teresa rispose con la sua consueta semplicità: «Mi chiamerete “piccola Teresa” — petite Thérèse». E a Gallipoli, in occasione della sua celebre apparizione nel Carmelo di quella città, quando la priora, scambiandola per santa Teresa d’Avila, le si rivolse chiamandola «nostra santa Madre», la visitatrice, usando il titolo che allora le spettava ufficialmente, rispose: «No, non sono la nostra santa Madre, sono la Serva di Dio, suor Teresa di Lisieux». Questo suo nome, suor Teresa, è stato mantenuto nella presente edizione, tranne dove si è ritenuto opportuno riportarlo per esteso: suor Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo. L’appellativo di «Piccolo Fiore», da lei ripreso dal beato Teofano Vénard e usato così ampiamente nelle pagine del suo manoscritto, è quello con cui è più conosciuta nei Paesi di lingua inglese. [N.d.C.]
[9] Cfr. Libro dei Proverbi 19:11.
[10] Vangelo secondo Matteo 25:49.
[11] Libro della Sapienza 6:7.
[12] Cfr. Salmo 75[76]:10.
[13] Cfr. Salmo 17[18]:5.
[14] Cfr. Salmo 22[23]:4.
[15] Dall’ultima poesia scritta da suor Teresa.
[16] Salmo 115[116]:15.
[17] Vangelo secondo Giovanni 12:24, 25.
Indice di Lezioni di santa Teresa: la sapienza del piccolo fiore di Dio