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L’umiltà di ascoltare e rispondere
IX domenica del Tempo Ordinario (Anno A)
«Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel Tuo nome? Non abbiamo forse scacciato demòni nel Tuo nome? Non abbiamo forse compiuto prodigi nel Tuo nome?”. Allora dichiarerò loro solennemente: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità”». Vangelo secondo Matteo 7:21–23
Questo insegnamento di Gesù dovrebbe indurre ogni cristiano a esaminare regolarmente la propria vita. Rifletti con attenzione su ciò che Gesù ha detto: «In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore…”. Allora dichiarerò loro solennemente: “Non vi ho mai conosciuti…”». Questa affermazione sconvolgente dovrebbe portarci a domandarci continuamente, nella preghiera: «Sono anch’io tra i “molti” di cui parla Gesù?»
Molti cristiani concluderanno di non essere tra questi “molti”. Ma è proprio questo il punto. Gesù chiarisce che è facile illudersi di seguirLo e di compiere grandi cose per Lui, nel Suo nome, quando in realtà non è così. Perciò dice che molte persone rimarranno sorprese quando moriranno e si presenteranno al giudizio particolare. Scopriranno con sorpresa che non era la volontà di Dio quella che stavano servendo. E sebbene dobbiamo lasciare che questo insegnamento di Gesù richiami la nostra attenzione, dobbiamo anche fare attenzione a non lasciarci trascinare nella confusione o nella disperazione. È invece un invito all’umiltà e alla diligenza nella vita spirituale.
Al cuore di ciò che Gesù ci insegna ci sono le virtù di chi ascolta e risponde. Gesù prosegue dicendo: «Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia». La prima cosa essenziale è ascoltare. Troppo spesso precorriamo il Signore, lasciando che le nostre passioni e le nostre emozioni confuse ci conducano verso ciò che noi riteniamo essere la volontà di Dio. Ma giungiamo a questa conclusione senza ascoltare. Questa è superbia. La superbia ci rende sordi alla voce di Dio e la sostituisce con le nostre idee su ciò che è retto e giusto.
L’umiltà, invece, ci aiuta ad andare sempre avanti con gli orecchi aperti e attenti ai diversi modi in cui Dio ci parla. E mentre impariamo ad ascoltare, l’umiltà ci aiuta anche a riorientare continuamente il nostro cammino, mettendo in pratica ciò che sentiamo dire dal Signore.
Per fare un paragone, chiunque guidi un’automobile sa che deve correggerne spesso la direzione per mantenerla sulla strada. Le correzioni sono spesso minime. Per tutto il viaggio, chi guida osserva la strada, il che corrisponde all’ascolto, e corregge la direzione dell’auto, il che corrisponde al mettere in pratica la parola di Dio. Così è anche per la volontà di Dio: dobbiamo continuamente apportare piccole correzioni alla direzione della nostra vita, per rimanere saldamente sulla strada che conduce al compimento della Sua volontà.
Rifletti, oggi, su quanto sia profonda la tua umiltà. Riesci a distogliere regolarmente lo sguardo da te stesso e dalla tua volontà, per rivolgere l’attenzione alla voce di Dio? Riesci a farti umile al punto da correggere ogni giorno le tue scelte, soprattutto quelle più sottili? Prega per ottenere la capacità di ascoltare, udire e comprendere. E, a partire da questo, prega per ottenere la capacità di rispondere generosamente a tutto ciò che Dio dice. Se lo farai, sarai tra gli altri “molti” che Dio ricompenserà con le ricchezze della vita eterna.
Mio Signore e Giudice eterno, Tu esigi da noi la perfezione perché desideri il nostro bene. Ci parli continuamente, chiamandoci a cambiare la strada che stiamo percorrendo. Ti prego, apri i miei orecchi perché possa ascoltarTi e donami l’umiltà e la forza di volontà di cui ho bisogno per risponderTi ogni giorno e ogni volta che parli. Gesù, confido in Te.
Interpretare le leggi di Dio
IX domenica del Tempo Ordinario (Anno B)
«Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato». Vangelo secondo Marco 2:27–28
Queste parole riassumono la risposta di Gesù ai farisei, che avevano appena criticato i discepoli perché raccoglievano chicchi di grano e li mangiavano di sabato. I farisei, con la loro logica contorta e scrupolosa, erano giunti alla conclusione che di sabato fosse proibito qualsiasi lavoro. Questo comprendeva la raccolta e la macinazione del grano. Perciò avevano concluso che i discepoli, poiché raccoglievano il frumento, sfregavano le spighe per ricavarne i chicchi e li mangiavano mentre camminavano, stessero peccando e violando la legge del riposo sabbatico.
Il Concilio Vaticano II, nel suo documento Gaudium et spes #26, spiega che «L’ordine sociale pertanto e il suo progresso debbono sempre lasciar prevalere il bene delle persone, poiché l’ordine delle cose deve essere subordinato all’ordine delle persone e non l’inverso…». È un riferimento al passo citato sopra: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato». In altre parole, la legge divina che prescrive di santificare il sabato ha di mira il bene della persona. Il riposo, il recupero delle forze e lo svago hanno come fine il bene di ogni persona. Perciò, quando i farisei decisero di elaborare un’interpretazione dettagliata e scrupolosa della legge di Dio che, secondo loro, proibiva ai discepoli di nutrirsi con le spighe di grano durante il loro lungo cammino, stavano distorcendo la legge di Dio, perché la loro interpretazione non aveva come fine il bene della persona.
Una lezione importante che possiamo imparare da questa situazione è che tutto ciò che Dio ha insegnato, sia i Suoi precetti positivi («Farai…») sia quelli negativi («Non farai…»), ci è stato dato per il nostro bene e deve sempre essere compreso e messo in pratica in questa luce. Le leggi di Dio non sono mai gravose. Non sono mai fini a se stesse. Non sono mai leggi arbitrarie che rendono più difficile la nostra vita. Le vere leggi di Dio, quando sono comprese e interpretate correttamente, conducono sempre al nostro bene e hanno come fine la santità di ogni persona.
Rifletti, oggi, sul fatto che ogni precetto stabilito da Dio ha come fine il tuo bene personale. Se tendi a esasperare e distorcere la legge di Dio, come facevano i farisei, impegnati a correggere questo atteggiamento. E se stoltamente ignori il vero significato di una qualsiasi delle leggi di Dio, considerandole un peso, impegnati a ritrovare una vera conoscenza del bene che quelle leggi producono in te. Segui in tutto la Legge di Dio, senza deviare né a destra né a sinistra, e scoprirai che conduce al bene più grande per la tua anima.
Signore, hai istituito la legge del riposo sabbatico — e ogni altro precetto — per il mio bene. Attraverso le Tue leggi d’amore mi viene donato il cammino perfetto verso la santità e la pienezza di vita. Fa’ che io comprenda sempre le Tue leggi e non mi allontani mai dal loro vero significato. Gesù, confido in Te.
La ricompensa della fede
IX domenica del Tempo Ordinario (Anno C)
Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa, quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che Tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da Te; ma di’ una parola e il mio servo sia guarito». Vangelo secondo Luca 7:6–7
Questo brano è tratto dal racconto del centurione romano il cui servo era malato e in punto di morte. Il centurione non era un giudeo, ma un pagano. Eppure era sempre stato buono con i giudei, arrivando persino a costruire per loro la sinagoga.
L’umiltà di questo pagano colpisce e si manifesta in quattro modi. Anzitutto, ci voleva umiltà perché un romano chiedesse a un giudeo di guarire il proprio servo. In secondo luogo, il centurione mandò inizialmente alcuni anziani dei giudei a chiedere a Gesù, a suo nome, di guarire il suo servo. Questo mostra il rispetto che gli anziani nutrivano per quest’uomo, un rispetto che poteva nascere soltanto dal suo modo umile e rispettoso di trattarli. In terzo luogo, mentre Gesù si avvicinava alla casa del centurione, questi non si ritenne degno di andare personalmente da Gesù, ma mandò alcuni amici come suoi messaggeri. In quarto luogo, il messaggio affidato agli amici era che il centurione non si riteneva degno di accogliere Gesù in casa propria, e perciò Gli chiedeva di compiere la guarigione a distanza. La vera ragione di questa richiesta era che conosceva l’usanza ebraica secondo cui un giudeo non doveva entrare in casa di un pagano, per non diventare impuro. Il centurione mostrò così un umile rispetto per l’usanza ebraica.
Persino Gesù rimase ammirato. Dopo aver assistito a questa manifestazione di umiltà in quattro forme, Gesù disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande». E con questo Gesù guarì il servo a distanza, senza proseguire verso la casa.
A prima vista si potrebbe pensare che Gesù avrebbe proseguito fino alla casa di questo pagano per mostrargli quanto apprezzasse la sua umile fede. Ma la missione di Gesù non consisteva nell’andare in giro a congratularsi con le persone per accrescerne l’orgoglio o il prestigio sociale. La missione di nostro Signore, invece, era interamente incentrata sulla fede. Egli voleva suscitare la fede in tutti, anche nei pagani. E poiché questo centurione aveva manifestato una fede e un’umiltà straordinarie, la missione di Gesù nei suoi confronti era compiuta. Non solo il servo fu guarito, ma il centurione crebbe in santità manifestando la sincerità della propria fede e della propria umiltà.
A volte, come cristiani, ci aspettiamo onori e riconoscimenti per ciò che facciamo. E sebbene sia bene vedere la bontà di Dio viva negli altri, riconoscerla e lodarla, l’umiltà esige che non cerchiamo mai onori e riconoscimenti per noi stessi. Una persona umile cercherà sempre, come ricompensa, soltanto il dono della fede, proprio come fece il centurione.
Rifletti, oggi, sul desiderio che Gesù porta nel Suo Cuore di donarti una fede profonda e sempre più salda. Considera tutto ciò che fai per Dio e per l’edificazione della Sua Chiesa. Cerchi riconoscimenti e lodi per tutto ciò che fai? Oppure agisci unicamente perché desideri crescere nella fede e nell’amore di Dio? Cerca il dono più grande, una fede che si traduce nell’amore di Dio, e lascia che quel dono sia la tua unica ricompensa.
Signore, Ti ringrazio per la fede che hai posto nel cuore di questo centurione romano. Ti prego, istruiscimi attraverso il suo esempio, affinché anch’io possa sempre manifestare una fede salda e l’umiltà. Nel farlo, Ti prego che il dono di questa fede maturi in un amore più profondo per Te e per gli altri e diventi la mia ricompensa più preziosa. Gesù, confido in Te.
Esercitare l’autorità
Lunedì della IX settimana del Tempo Ordinario
Gesù cominciò a parlare ai capi dei sacerdoti, agli scribi e agli anziani con parabole: «Un uomo piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò in viaggio. Al momento opportuno mandò un servo dai contadini a ritirare da loro una parte del raccolto della vigna. Ma essi lo presero, lo bastonarono e lo mandarono via a mani vuote». Vangelo secondo Marco 12:1–3
Questo fu il primo dei «molti» servi che il padrone della vigna mandò ai vignaioli per ricevere una parte dei frutti della vigna. Alcuni servi furono maltrattati, altri percossi e altri ancora uccisi. Alla fine, il padrone mandò suo figlio. I vignaioli lo uccisero, pensando che, se il figlio fosse morto, avrebbero ereditato la vigna.
Il contesto di questa parabola è importante. Gesù era appena entrato a Gerusalemme all’inizio della prima Settimana Santa, che si sarebbe conclusa con la Sua morte e risurrezione. Il giorno prima, Gesù aveva scacciato i cambiamonete dal Tempio. I capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani erano indignati e cominciarono a tramare per ucciderlo. Gesù rivolse questa parabola soprattutto a loro.
Per comprendere questa parabola, devi capire chi rappresenta ciascun personaggio. I capi religiosi d’Israele erano i vignaioli, la vigna era la nazione ebraica, Dio Padre era l’uomo che aveva piantato la vigna, i molti servi mandati a raccoglierne i frutti erano gli antichi profeti e Gesù era il Figlio amato che fu ucciso. La parabola si conclude dicendo che il padrone della vigna (Dio Padre) metterà a morte i vignaioli e darà la vigna ad altri. In altre parole, agli scribi, ai farisei, ai capi dei sacerdoti e agli anziani sarebbe stata presto tolta l’autorità religiosa, che sarebbe stata affidata agli Apostoli e ai loro successori. Questa parabola, dunque, ci offre una sintesi del modo in cui si è formata la Chiesa.
È utile notare che i capi religiosi del tempo sapevano che Gesù aveva rivolto questa parabola a loro, ma non ne accolsero l’insegnamento. Se fossero stati aperti al dono della fede, avrebbero riconosciuto che stavano cercando di sottrarre la «vigna» a Dio. Cercavano di controllare e manipolare il Regno d’Israele, di plasmarlo a propria immagine e di ignorare la volontà di Dio che lo aveva istituito.
Questa parabola è particolarmente importante per chiunque eserciti una qualche forma di autorità sacra. I genitori esercitano autorità in famiglia. I vescovi e i sacerdoti esercitano autorità nella Chiesa. E tutti noi esercitiamo una certa autorità spirituale quando cerchiamo di compiere la missione unica che ci è affidata nella vita. L’insegnamento di questa parabola è semplice: non abusare della tua autorità. Non esercitarla secondo la tua volontà; esercitala con umiltà, soltanto in conformità alla volontà di Dio. Chiunque abbia un ruolo di guida, sempre e ovunque, deve guidare secondo il pensiero e la volontà di Dio. Se non lo fa, ne subirà le conseguenze.
Rifletti, oggi, sui modi in cui Dio ti ha affidato un compito spirituale per realizzare la Sua missione in questo mondo. Quando a una persona viene affidato un compito di guida, le viene affidata anche l’autorità spirituale per svolgerlo secondo il pensiero e la volontà di Dio. Questo richiede un’umiltà costante, affinché si compia soltanto la volontà di Dio. Cerca di esercitare ogni autorità secondo il pensiero e la volontà di Dio, e la vigna affidata alle tue cure porterà buoni frutti in abbondanza.
Padre amorevole, hai scelto di mandarmi, come vignaiolo del Tuo Regno, a portare buoni frutti per la vita eterna. Ti prego, aiutami a esercitare sempre con umiltà l’autorità e il compito che mi sono stati affidati, affinché io cerchi di compiere la Tua volontà e soltanto la Tua volontà. Gesù, confido in Te.
Combattere gli inganni del mondo
Martedì della IX settimana del Tempo Ordinario
«È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?». Ma Egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo». Vangelo secondo Marco 12:14–15
Questi farisei ed erodiani erano stati mandati per cogliere in fallo Gesù nelle Sue parole. Erano uomini molto attenti alle questioni politiche e amavano schierarsi e trovare da ridire sugli altri. Si ritenevano giusti e si curavano ben poco della salvezza delle anime. Così si presentarono a Gesù con quella che sembrava una domanda innocente. Sembrano dare per scontato che Gesù si sarebbe dichiarato contrario al pagamento del tributo a Cesare e, se lo avesse fatto, erano pronti a denunciarlo alle autorità civili. Non si curavano della verità; volevano soltanto tendere una trappola al nostro Signore divino. Quando Gli portarono la moneta romana con l’immagine di Cesare, Gesù pronunciò quelle parole di profonda sapienza: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio».
Chiaramente, se questi capi religiosi ipocriti si fossero presentati a Gesù con umiltà e sincerità, Egli avrebbe risposto loro in modo molto diverso. Ma poiché erano venuti soltanto per tendere una trappola al nostro Signore, travisare le Sue parole e distruggerlo, Gesù li rimette al loro posto con un atto di sapienza divina. Non si esprime né a favore del pagamento del tributo né contro di esso. Perciò questo passo del Vangelo si conclude con le parole: «E rimasero ammirati di Lui». Lo stupore è la risposta giusta. Quindi, in un certo senso, possiamo imparare da questi capi religiosi ipocriti. Ogni volta che ci troviamo di fronte alla profonda sapienza di Dio, dovremmo provare riverente timore e santo stupore.
Naturalmente, il loro stupore era dovuto al fatto che Gesù aveva sventato la loro perfida trappola. Ma, anche se le cose stanno così, possiamo imparare da questo che la sapienza di Dio non può mai essere superata. La sapienza di Dio mette a tacere la stoltezza del nostro tempo e rivela la malizia nascosta dietro quel male.
Ti è mai capitato di dover affrontare le insidie dei «sapientoni» laicisti del nostro tempo? Qualcuno ti ha mai sfidato, ha attaccato direttamente la tua fede o ha messo in discussione le tue convinzioni morali? Molto probabilmente, se hai scelto di vivere la tua fede apertamente e con fiducia, potresti aver subito gli attacchi di qualcuno. Per chi non ha una fede profonda e non possiede in modo chiaro il dono della sapienza divina, simili insidie possono causare confusione e ansia. Potresti accorgerti di non sapere come rispondere e sentirti intrappolato dall’erronea «sapienza» del nostro tempo. In quel caso, che cosa fai? L’unica risposta alle false dottrine e agli inganni che tutti incontreremo in un mondo sempre più secolarizzato e ateo è quella che viene dalla sapienza divina. Da solo, nessuno di noi è abbastanza sapiente da combattere questi errori. Perciò la nostra unica risorsa è rivolgerci continuamente alla sapienza di Dio.
Ci rivolgiamo alla sapienza di Dio attraverso la preghiera e lo studio delle realtà sacre. La nostra preghiera apre la mente alla voce limpida di Dio, che pronuncia la pura verità. E lo studio delle realtà sacre, in particolare della Sacra Scrittura, degli insegnamenti della Chiesa e delle vite dei santi, ci aiuterà a distinguere più chiaramente la voce di Dio e a dissipare la confusione con cui il mondo cerca di investirci. In definitiva, se non immergiamo la nostra mente nella vera sapienza di Dio, saremo impreparati ad affrontare ciò che incontriamo nel mondo.
Rifletti, oggi, sul tuo bisogno di essere colmato della sapienza divina per orientarti fra gli inganni e la stoltezza del mondo. Riconosci che, da solo, non sei abbastanza sapiente da farti strada nella confusione della vita. Prega per ricevere il dono della sapienza e lascia che il nostro Signore te lo conceda.
Signore di ogni verità, la Tua sapienza supera ogni sapienza del mondo e Tu sventi gli inganni del maligno. Apri la mia mente, amato Signore, alla Tua santa verità, affinché io sappia orientarmi tra le sfide della vita. Donami la Tua sapienza, amato Signore, affinché io possa seguirti ovunque Tu mi conduca. Gesù, confido in Te.
La sapienza di Dio
Mercoledì della IX settimana del Tempo Ordinario
Vennero da Gesù alcuni sadducei, i quali dicono che non c’è risurrezione, e Lo interrogarono dicendo: «Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che, se muore il fratello di qualcuno e lascia la moglie senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. C’erano dunque sette fratelli…». Vangelo secondo Marco 12:18–20
Questi sadducei proseguono poi presentando a Gesù un lungo e improbabile caso ipotetico, nel quale questa donna finisce per sposare tutti e sette i fratelli, uno dopo la morte dell’altro. E, a conclusione della situazione ipotetica, i sadducei chiedono a Gesù: «Alla risurrezione, quando risorgeranno, di chi sarà moglie?». Naturalmente, Gesù offre loro la risposta giusta e poi aggiunge anche qualcosa di interessante. Dice ai sadducei che «sono in grave errore». Poco prima di questa conversazione con i sadducei, i farisei avevano posto a Gesù una loro domanda nel tentativo di coglierlo in fallo. La differenza sembra essere che i sadducei fossero più sinceri nella loro ricerca della verità, mentre i farisei erano maggiormente ossessionati dalla propria autorità e dal proprio potere.
I sadducei erano considerati i più tradizionalisti tra i capi religiosi, in quanto accettavano come autenticamente rivelata soltanto la Torah, i primi cinque libri dell’Antico Testamento. Inoltre, non accettavano né la vita dopo la morte né la risurrezione dei morti, perché ritenevano che la Torah non insegnasse esplicitamente queste cose. I farisei accettavano non soltanto la Torah, ma anche tutto il resto di ciò che è contenuto nell’Antico Testamento. I farisei accettavano anche quella che veniva chiamata la «tradizione degli antichi»: ciò significava che attribuivano grande importanza alla scrupolosa moltiplicazione di leggi e prescrizioni elaborate da altri farisei e cercavano di imporre al popolo quelle leggi di origine umana.
In questo brano evangelico, il problema dei sadducei sembra essere la scrupolosità e la rigidità nel loro modo di accostarsi alla fede. Facevano chiaramente affidamento sulla ragione umana e la applicavano alla Torah. E sebbene la ragione umana e la deduzione logica siano utili e necessarie nella vita, essi cercavano di risolvere ogni questione di fede con le proprie forze, interpretando la Torah in modo ristretto e rigido. Non si aprivano alla sapienza più profonda di Dio, che inonda la ragione umana quando si è attenti all’ispirazione e alla rivelazione divina. Al contrario, in tutte le loro deduzioni e pratiche vedevano tutto in bianco e nero. Questa rigidità li lasciava «in grave errore».
Anche nella nostra vita possiamo cadere in grave errore quando usiamo il dono della ragione umana in modo rigido e ristretto. Non dobbiamo mai semplificare eccessivamente la fede, né pensare di poter giungere facilmente a tutte le risposte con le nostre sole forze. Il nostro obiettivo costante deve essere quello di lasciare che la nostra mente si immerga pienamente nella sapienza più profonda di Dio e in tutto ciò che Egli ha rivelato. Gli insegnamenti della Chiesa ci guideranno, mantenendoci sulla retta via, ma sarà la voce di Dio, che parla alla nostra mente in modo reale e personale, ad aiutarci a comprendere la profondità e l’ampiezza della Sua volontà, della Sua verità e della Sua sapienza.
Rifletti, oggi, su ogni tua tendenza ad assomigliare a questi sadducei. Sei rigido? O hai una mentalità chiusa? Ti lasci ingannare dall’idea di avere tutte le risposte? Se è così, cerca l’umiltà. Umiliati davanti ai mirabili misteri del Cielo. Usa la tua mente per scrutare le verità che Dio ha rivelato e sii pronto a lasciarti attrarre sempre più profondamente nella vita di Dio stesso.
Mio Signore dalla sapienza infinita, Tu sei la Verità stessa e continuamente Ti riveli a noi. Donami l’umiltà di cui ho bisogno per essere sempre aperto a tutta la verità divina nella mia vita, affinché io giunga a conoscere Te e la Tua santa volontà come Tu desideri. Gesù, confido in Te.
Il dono dell’intelletto
Giovedì della IX settimana del Tempo Ordinario
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo. Vangelo secondo Marco 12:34
Finalmente abbiamo la testimonianza di uno dei capi religiosi, uno scriba, che ha compreso correttamente. Il brano riportato sopra conclude il dialogo con questo scriba, che chiede a Gesù quale sia, fra tutti i comandamenti, il primo e il più grande. Gesù dà una duplice risposta: dobbiamo amare Dio al di sopra di tutto, con tutto il cuore, la mente, l’anima e la forza, e il nostro prossimo come noi stessi. Lo scriba replica quindi alla risposta di Gesù dicendo: «Hai detto bene, Maestro. Hai ragione…». E allora Gesù elogia questo scriba con le parole citate sopra.
Ricorda che quasi tutti i farisei venivano continuamente rimproverati da Gesù per la loro arroganza di chi si ritiene giusto. Anche i sadducei venivano rimproverati, ma spesso in misura minore. E ora incontriamo uno scriba che li supera tutti. Gli scribi erano principalmente funzionari che copiavano o redigevano vari documenti liturgici e giuridici. Anche alcuni farisei erano scribi. E il più delle volte, quando Gesù condannava i farisei, condannava anche gli scribi. Ma questo scriba è diverso. Non solo sembra interessato alla risposta di Gesù, ma dimostra anche di «comprendere» ciò che Gesù gli ha detto. Non sottovalutare l’importanza di questo dono dell’intelletto.
Per comprendere davvero ciò che il Signore ci dice, dobbiamo essere aperti. E l’apertura richiede umiltà. L’umiltà è una virtù contraria all’atteggiamento di chi crede di sapere tutto. È una disposizione della mente e del cuore che si mette in ascolto di Dio, accoglie ciò che Egli dice, comprende ogni verità grazie al dono della grazia e si sottomette a quella verità nella preghiera. L’umiltà ci permette di guardare oltre noi stessi per trovare le risposte alle domande più difficili della vita. Ci permette di rivolgerci all’unica fonte di verità, Gesù Cristo stesso. E il frutto di questa umile apertura è il dono dell’intelletto. È una comprensione dei misteri della vita che va oltre le nostre capacità intellettuali naturali. La grazia di Dio può istruire e formare l’anima umile, colmarla di chiarezza di visione e renderla capace di accogliere le verità più profonde.
Rifletti, oggi, sulle parole di Gesù a questo scriba: «Non sei lontano dal regno di Dio». Gesù rivolge anche a te queste parole? Hai cercato umilmente le risposte alle tante domande della vita rivolgendoti al Signore? Più precisamente, riesci a guardare la tua vita e a rallegrarti del fatto che Dio ha donato anche a te il Suo dono dell’intelletto? Se non è così, guarda dentro di te e considera quali domande hai più bisogno di portare a Gesù. Presentale a Lui e poi ascolta, sii aperto e pronto a rispondere quando Egli parla. Ascoltare il Signore e rispondergli farà sì che Egli rivolga anche a te queste stesse parole.
Mio Signore di ogni verità, Tu guardi le anime umili con benevolenza e misericordia e riveli loro i misteri del Regno dei Cieli. Ti prego, donami l’umiltà, amato Signore, affinché io possa sempre rivolgermi a Te con ogni domanda della vita. Colmami del dono dell’intelletto, affinché io sappia amarti e servirti più fedelmente ogni giorno. Gesù, confido in Te.
Una vera immagine di Cristo
Venerdì della IX settimana del Tempo Ordinario
Insegnando nel tempio, Gesù diceva: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide? Disse infatti Davide stesso, mosso dallo Spirito Santo: Disse il Signore al mio Signore: “Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici sotto i tuoi piedi”». Vangelo secondo Marco 12:35–36
Al tempo del ministero di Gesù, gli ebrei sapevano che il Messia sarebbe venuto dalla stirpe di Davide. Inoltre, molti pensavano che il Messia sarebbe stato semplicemente un capo nazionalista che avrebbe liberato la nazione ebraica dall’oppressione dei Romani. Così riducevano il Messia a un discendente di Davide che li avrebbe liberati in senso più propriamente politico.
Nel brano riportato sopra, Gesù chiarisce questa diffusa concezione del Messia come «figlio di Davide». Il Messia non sarebbe stato soltanto un discendente di Davide secondo la carne, ma era anche il «Signore» di Davide. Gesù lo mostra richiamando il Salmo 110, nel quale Davide si riferisce al Messia come al suo Signore. E sebbene questa sottile distinzione possa non sembrarci, a prima vista, così importante oggi, Gesù si impegna chiaramente e intenzionalmente a insegnarla.
Un insegnamento fondamentale che dovremmo trarre da questo brano è che dobbiamo impegnarci con diligenza ad avere un’immagine corretta di Gesù. Sebbene oggi forse non vediamo il nostro Signore come un capo nazionalista venuto a liberarci dall’oppressione politica, spesso possiamo formarci altre immagini errate di Lui. Per i giudei di quel tempo, l’idea che il Messia fosse anche il «Signore» del re Davide era nuova. Questo rimanda alla divinità del Messia e alla Sua natura eterna. Gesù offre questa sottile precisazione e «la folla numerosa lo ascoltava volentieri». Anche noi dobbiamo impegnarci a trovare gioia in una comprensione chiara e corretta di chi sia veramente Gesù, il Messia, il Figlio di Dio e Figlio dell’uomo. Chi è, dunque?
Per rispondere a questa domanda, considera anzitutto come vedi Gesù nella tua vita. Gesù è il tuo amico, un maestro sapiente, una persona capace di ispirarti, un’anima buona, una guida misericordiosa e un modello per tutti noi. Ma è anche molto di più. Scegliere una sola immagine di chi è Gesù e darle poi un’importanza eccessiva nella nostra vita è un errore simile a quello di molti giudei ai quali Gesù rivolgeva il Suo insegnamento.
È su quel «molto di più» che dobbiamo concentrarci quando consideriamo l’identità di nostro Signore. Dobbiamo riconoscerlo come Dio, la Seconda Persona della Santissima Trinità. In quanto Dio, a Lui sono dovuti culto e adorazione. E pur essendo Dio da tutta l’eternità, ha anche assunto la carne umana, unendo l’umanità alla divinità. E, in quanto uomo, ha accettato di morire per poter risorgere nella Sua natura umana. In questo modo, se ci uniamo a Lui abbandonando totalmente a Lui la nostra vita, anche noi moriremo nel nostro peccato, ma poi risorgeremo con Lui a vita nuova. Così facendo, riceviamo il dono della salvezza eterna e siamo resi capaci di partecipare alla vita eterna della Santissima Trinità. Sebbene si possa e si debba dire molto di più sull’identità di nostro Signore, questo piccolo scorcio sulla Sua vita dovrebbe aiutarci a non cadere nella trappola di limitare, nella nostra mente e nel nostro cuore, ciò che Egli è.
Rifletti, oggi, sull’immagine che hai di Gesù. Cerca di riconoscere i modi in cui potresti, senza volerlo, limitare la Sua grandezza e la Sua gloria nella tua mente e nel tuo cuore. Cerca di ampliare l’immagine che hai del nostro Signore e sii aperto a tutto ciò che Egli desidera rivelarti di Sé. Quanto più lo farai, tanto più anche tu sarai colmo di «gioia», man mano che la Persona del nostro Signore ti sarà rivelata con maggiore chiarezza.
Mio Signore infinito e glorioso, Tu sei ben al di là di ciò che possiamo comprendere e concepire, eppure ci inviti a venire a Te per conoscerTi più pienamente. Donami la grazia di cui ho bisogno, caro Signore, per liberarmi delle immagini errate e limitate che ho di Te, così da giungere a conoscerTi come sei. Gesù, confido in Te.
La libertà di donare tutto
Sabato della IX settimana del Tempo Ordinario
Seduto di fronte al tesoro, Gesù osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Venne anche una vedova povera e vi gettò due monetine, del valore di pochi spiccioli. Vangelo secondo Marco 12:41–42
Non appena vide questa vedova offrire le sue monetine del valore di «pochi spiccioli», Gesù si commosse d’amore. Subito colse l’occasione per impartire un insegnamento ai Suoi discepoli. Li chiamò a Sé e spiegò che quella povera vedova aveva offerto più di tutti, perché «lei, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».
Il nostro Signore giudica la generosità in modo molto diverso dal mondo. Che cosa significa essere generosi? La generosità riguarda certamente il modo in cui usi il tuo denaro. Ma riguarda anche il tuo tempo, le tue energie, il tuo impegno e ogni altro aspetto della tua vita. Essere generosi, secondo Gesù, significa donare tutto ciò che si ha, «tutto quanto si ha per vivere».
Raggiungi questo obiettivo quando fai di Dio e della Sua santa volontà il centro e la parte più importante della tua vita. Non puoi trattenere nulla per te senza donarlo a Lui! Questo significa che, se vuoi tendere alla perfezione, devi dare via tutto ciò che possiedi? Forse la risposta migliore è al tempo stesso «Sì» e «No». La risposta è «Sì» nel senso che dobbiamo distaccarci completamente, sul piano interiore e spirituale, da tutto ciò che non fa parte della perfetta volontà di Dio. La risposta è «No» nel senso che, per la maggior parte delle persone, rientra nella Sua santa volontà possedere una casa, un’auto e altri beni, e anche godere di altre comodità materiali insieme alla famiglia e agli amici. La chiave è il distacco interiore e il porre al centro la gloria di Dio e il servizio totale alla Sua santa volontà. L’amore di Dio e del prossimo, e la libertà dall’egoismo, saranno i criteri che guideranno queste decisioni.
Detto questo, nel nostro mondo ci sono certamente persone che vivono negli eccessi e nella ricerca dei piaceri e che, di conseguenza, sono profondamente attaccate al loro stile di vita sfarzoso. E ci sono persone materialmente più povere che, interiormente, sono altrettanto attaccate a ciò che non hanno. Per esempio, che cosa sarebbe accaduto se questa povera vedova, invece di donare i suoi ultimi spiccioli, fosse rimasta seduta nell’area del Tempio a guardare i ricchi che offrivano grandi somme di denaro e avesse lasciato crescere in sé l’invidia e l’avidità? Questo atteggiamento interiore sarebbe stato in netto contrasto con lo spirito generoso e fiducioso che ella aveva acquisito attraverso la sua totale generosità. La vera generosità è una disposizione fondamentale della nostra vita. Significa che abbiamo scelto di imitare il nostro Signore attraverso il dono totale di noi stessi alla Sua santa volontà. E questo comprende anche il considerare tutto ciò che possediamo come appartenente a Cristo, al servizio della Sua santa volontà.
Rifletti, oggi, se i beni materiali e le ricchezze possiedano te più di quanto tu possieda loro. Sei dominato dal desiderio di avere sempre di più e lotti con attaccamenti disordinati alle cose che già possiedi? Riesci a fare dell’amore di Dio e del prossimo il centro della tua vita e a usare tutto ciò che hai, secondo la volontà di Dio, per questi fini? Rifletti sulla generosità che abita il cuore di questa umile e povera vedova e lascia che il nostro Signore ti insegni a essere generoso attraverso la sua santa testimonianza.
Mio generoso Signore, Tu ci elargisci ogni bene. Arricchisci la nostra vita con il Tuo amore e la Tua misericordia, che sono i veri tesori da cercare. Colma il mio cuore della stessa generosità testimoniata da questa povera vedova, affinché anch’io possa imitare il dono totale di sé che ella ha vissuto a Tua imitazione. Gesù, confido in Te.
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