Tutti i particolari della malattia della mamma sono ancora vivi nella mia memoria. Ricordo soprattutto le sue ultime settimane sulla terra, quando Celina e io ci sentivamo come due povere piccole esiliate. Ogni mattina un’amica veniva a prenderci e trascorrevamo la giornata con lei. Una volta non avevamo avuto il tempo di recitare le preghiere prima di uscire, e lungo la strada la mia sorellina mi sussurrò: «Dobbiamo dirle che non abbiamo detto le preghiere?». «Sì», risposi. Allora, con grande timidezza, Celina le confidò il nostro segreto, e lei esclamò: «Ebbene, bambine, le direte». Poi ci condusse in una grande stanza e ci lasciò lì. Celina mi guardò stupita. Ero altrettanto meravigliata ed esclamai: «La mamma non faceva così: diceva sempre le preghiere con noi». Durante il giorno, nonostante tutti gli sforzi per distrarci, il pensiero della nostra cara mamma non ci abbandonava mai. Ricordo che una volta, quando a mia sorella fu regalata un’albicocca, si chinò verso di me e disse: «Non la mangeremo, la darò alla mamma». Ahimè! La nostra amata mamma era ormai troppo malata per mangiare un frutto della terra; soltanto la gloria del Cielo avrebbe potuto saziarla ormai. Lassù avrebbe bevuto quel vino misterioso che Gesù, nell’Ultima Cena, promise di condividere con noi nel Regno del Padre Suo.
La commovente cerimonia dell’Estrema Unzione mi lasciò un’impressione profonda. Rivedo ancora il luogo in cui ero inginocchiata e sento i singhiozzi del mio povero papà.
La mia cara mamma morì il 28 agosto 1877, nel suo quarantaseiesimo anno di vita. Il giorno dopo la sua morte, papà mi prese in braccio e disse: «Vieni a baciare per l’ultima volta la tua cara mamma». Senza dire una parola, posai le labbra sulla sua fronte gelida. Non ricordo di aver pianto molto e non parlai con nessuno di tutto ciò che mi riempiva il cuore; guardavo e ascoltavo in silenzio, e vidi molte cose che avrebbero voluto nascondermi. Una volta mi trovai accanto alla bara, nel corridoio. Rimasi a lungo a guardarla; non ne avevo mai vista una prima, ma sapevo che cosa fosse. Ero così piccola che dovevo alzare la testa per vederla in tutta la sua lunghezza, e mi sembrava tanto grande e tanto triste.
Quindici anni dopo mi trovai di nuovo accanto a una bara, quella della nostra santa Madre Genoveffa,[1] e mi sentii riportare ai giorni della mia infanzia. I ricordi si affollavano nella mia mente; era la stessa piccola Teresa a guardarla, ma era cresciuta e la bara le sembrava piccola. Non aveva bisogno di alzare la testa per vederla; ormai alzava gli occhi soltanto per contemplare il Cielo, che le sembrava colmo di gioia, perché le prove avevano maturato e fortificato la sua anima, tanto che nulla sulla terra poteva darle dolore.
Nostro Signore non mi lasciò del tutto orfana; il giorno del funerale della mamma mi diede un’altra madre e mi permise di sceglierla liberamente. Eravamo tutte e cinque insieme e ci guardavamo tristemente, quando la nostra bambinaia, sopraffatta dall’emozione, disse rivolgendosi a Celina e a me: «Povere piccole care, non avete più la mamma». Allora Celina si gettò tra le braccia di Maria, esclamando: «Ebbene, adesso sarai tu la mia mamma». Ero così abituata a imitare Celina che avrei senza dubbio seguito il suo esempio, ma temevo che Paolina si rattristasse e si sentisse esclusa se non avesse avuto anche lei una figlioletta. Così, dopo averle rivolto uno sguardo affettuoso, nascosi il viso sul suo petto, dicendo a mia volta: «E Paolina sarà la mia mamma».
Quel giorno, come ho detto, cominciò il secondo periodo della mia vita. Fu il più doloroso di tutti, soprattutto dopo che Paolina, la mia seconda mamma, entrò al Carmelo; durò dai miei quattro anni fino ai quattordici, quando ritrovai gran parte della mia allegria infantile, pur comprendendo più a fondo il lato serio della vita.
Devo dirti che, dopo la morte della mamma, il mio carattere naturalmente allegro cambiò del tutto. Anziché essere vivace ed espansiva come prima, divenni timida, riservata ed estremamente sensibile; bastava uno sguardo per farmi scoppiare in lacrime. Non sopportavo di essere notata né di incontrare estranei, e mi sentivo a mio agio soltanto nella cerchia familiare. Lì ero sempre circondata dalle cure più amorevoli; il cuore affettuoso di papà sembrava possedere l’amore di una madre, e le mie sorelle non erano meno tenere e premurose. Se Nostro Signore non avesse prodigato tanto amore e tanto sole al Suo piccolo fiore, esso non avrebbe mai potuto acclimatarsi su questa terra. Ancora troppo debole per sopportare la tempesta, aveva bisogno di calore, di rugiada ristoratrice e di brezze soavi, e questi doni non gli mancarono mai, neppure nelle gelide stagioni delle prove.
Poco dopo la morte della mamma, papà decise di lasciare Alençon e di andare a vivere a Lisieux, perché potessimo stare vicino allo zio, il fratello della mamma. Fece questo sacrificio affinché le mie giovani sorelle potessero beneficiare della guida della zia nella loro nuova vita, e perché lei potesse far loro da madre. Non provai alcun dolore nel lasciare la mia città natale: i bambini amano i cambiamenti e tutto ciò che esce dall’ordinario, e così fui contenta di venire a Lisieux. Ricordo molto bene il viaggio e il nostro arrivo, la sera, a casa dello zio, e rivedo ancora le mie cuginette, Giovanna e Maria, che ci aspettavano sulla soglia insieme alla zia. Quanto era commovente l’affetto che tutte queste care persone ci dimostravano!
Il giorno dopo ci condussero nella nostra nuova casa, Les Buissonets,[2] situata in una zona tranquilla della città. La casa che mio padre aveva preso mi incantava. La grande finestra al piano superiore, dalla quale si godeva un ampio panorama, il giardino fiorito davanti e l’orto sul retro: tutto questo appariva deliziosamente nuovo alla mia mente di bambina; e questa casa felice divenne il luogo di tante gioie e di riunioni familiari che non potrò mai dimenticare. Altrove, come ho già detto, mi sentivo in esilio, piangevo e mi struggevo per la mamma; ma qui il mio piccolo cuore si dilatava e tornavo a sorridere alla vita.
Al mio risveglio trovavo le mie sorelle pronte ad accarezzarmi e recitavo le preghiere inginocchiata tra loro. Poi Paolina mi dava la lezione di lettura, e ricordo che «Cielo» fu la prima parola che riuscii a leggere da sola. Finite le lezioni, salivo al piano superiore, dove di solito si trovava papà, e com’ero contenta quando potevo mostrargli dei bei voti! Ogni pomeriggio uscivo a passeggio con lui e facevamo una visita al Santissimo Sacramento in una chiesa o nell’altra. Fu così che vidi per la prima volta la cappella del Carmelo: «Guarda, reginetta», mi disse papà, «dietro quella grande grata ci sono delle sante monache che pregano sempre Dio onnipotente». Ero ben lontana dall’immaginare che nove anni dopo sarei stata fra loro e che in quel benedetto Carmelo avrei ricevuto tante grazie.
Tornata a casa, studiavo le lezioni e poi trascorrevo il resto della giornata giocando in giardino accanto a papà. Le bambole non mi avevano mai interessata, ma uno dei miei divertimenti preferiti era preparare miscugli colorati con semi e cortecce d’albero. Se i colori erano belli, mi affrettavo a offrirli a papà in una tazzina e cercavo di invogliarlo ad assaggiarli; allora il mio carissimo padre lasciava il lavoro e, sorridendo, fingeva di bere. Amavo molto i fiori e mi divertivo a costruire piccoli altari nelle cavità che mi capitava di trovare nel muro del giardino. Quando avevo finito, correvo a chiamare papà, che ne sembrava incantato. Non finirei più se ti raccontassi i mille e uno episodi di questo genere che ricordo. Come potrò farti comprendere l’amore che mio padre riversava sulla sua reginetta!
Erano giorni particolarmente felici per me quelli in cui andavo a pescare con il mio caro «re», come lo chiamavo. A volte mi cimentavo con una piccola canna tutta mia, ma in genere preferivo sedermi sull’erba a una certa distanza. Allora le mie riflessioni si facevano davvero profonde e, senza sapere che cosa significasse meditare, la mia anima si immergeva nella preghiera. Mi giungevano suoni lontani, il mormorio del vento, talvolta alcune note indistinte di una banda militare nella città, molto lontano; tutto questo dava ai miei pensieri una sfumatura di malinconia. La terra mi sembrava un luogo d’esilio e sognavo il Cielo.
Il pomeriggio passava in fretta e presto arrivava l’ora di tornare a casa, ma prima di raccogliere le nostre cose mangiavo le provviste che avevo portato in un cestino. Chissà perché, le fette di pane e marmellata preparate dalle mie sorelle avevano un aspetto diverso: prima mi erano sembrate così invitanti, e ora parevano rafferme e poco appetitose. Anche una piccolezza come questa mi faceva apparire la terra più triste, e comprendevo che solo in Cielo ci sarà una gioia senza nubi.
A proposito di nubi, ricordo che un giorno, mentre eravamo fuori, il cielo azzurro si coprì e scoppiò un temporale, accompagnato da lampi abbaglianti. Mi guardavo intorno da ogni parte, per non perdere nulla di quel grandioso spettacolo. Un fulmine cadde in un campo vicino e, lungi dal provare la minima paura, ne fui felice: mi sembrava che Dio fosse così vicino. Papà non era altrettanto contento e pose fine alle mie fantasticherie, perché già l’erba alta e le margherite, più alte di me, scintillavano di gocce di pioggia, e dovevamo attraversare diversi campi per raggiungere la strada. Nonostante l’attrezzatura da pesca, mi portò in braccio mentre io guardavo in basso quelle belle gocce simili a gioielli, quasi dispiaciuta di non poterne essere inzuppata.
Non credo di averti detto che durante le nostre passeggiate quotidiane a Lisieux, come ad Alençon, facevo spesso l’elemosina ai mendicanti. Un giorno incontrammo un povero vecchio che si trascinava a fatica sulle stampelle. Mi avvicinai per dargli un soldo. Mi guardò a lungo con tristezza e poi, scuotendo il capo con un sorriso dolente, rifiutò la mia elemosina. Non so dirti che cosa provai; avevo desiderato aiutarlo e confortarlo, e invece forse lo avevo ferito e gli avevo procurato dolore. Doveva aver intuito il mio pensiero, perché, quando ci eravamo ormai un po’ allontanati, lo vidi voltarsi e sorridermi.
Proprio allora papà mi comprò un dolce. Desideravo tanto correre dietro al vecchietto e darglielo, perché pensavo: «Ebbene, non ha voluto denaro, ma sono sicura che un dolce gli farebbe piacere». Non so che cosa mi trattenne, e mi sentii così triste che a stento riuscivo a non piangere; poi mi ricordai di aver sentito dire che nel giorno della Prima Comunione si ottengono tutte le grazie che si chiedono. Questo pensiero mi consolò subito e, benché allora avessi soltanto sei anni, mi dissi: «Pregherò per il mio povero vecchietto il giorno della mia Prima Comunione». Cinque anni dopo mantenni fedelmente il mio proposito. Ho sempre pensato che la mia preghiera infantile per questo membro sofferente di Cristo sia stata benedetta e ricompensata.
Man mano che crescevo, il mio amore per Dio aumentava sempre più. Gli offrivo spesso il mio cuore, con le parole che la mamma mi aveva insegnato, e mi sforzavo con tutto l’impegno di piacerGli in ogni mia azione, badando con grande cura a non offenderLo mai. Eppure un giorno commisi una mancanza che devo raccontarti qui: mi offre una buona occasione per umiliarmi, anche se credo di averla pianta con contrizione perfetta.
Era il mese di maggio del 1878. Le mie sorelle decisero che ero troppo piccola per andare ogni sera alle devozioni del mese di maggio, così rimanevo a casa con la bambinaia e recitavo le preghiere insieme a lei davanti all’altarino che avevo sistemato secondo il mio gusto. Tutto era piccolo: i candelieri, i vasi e il resto; due fiammiferi di cera bastavano a illuminarlo per bene. A volte Victoire, la domestica, mi dava qualche pezzetto di candela vera, ma non spesso.
Una sera, quando ci mettemmo a pregare, le dissi: «Vuoi cominciare il Memorare? Io accendo le candele». Cercò di cominciare, poi mi guardò e scoppiò a ridere. Vedendo che i miei preziosi fiammiferi di cera si consumavano in fretta, la supplicai ancora una volta di recitare il Memorare. Di nuovo ci fu silenzio, interrotto soltanto da scoppi di risa. Tutto il mio buon carattere naturale svanì. Mi alzai in preda a una collera terribile e, battendo furiosamente il piede, gridai: «Victoire, cattiva!» Smise subito di ridere e mi guardò del tutto sbalordita, poi mi mostrò, troppo tardi, la sorpresa che mi aveva preparato e che teneva nascosta sotto il grembiule: due pezzi di candela. Le mie lacrime di rabbia si mutarono presto in lacrime di pentimento; ero molto mortificata e addolorata, e presi la ferma risoluzione di non comportarmi mai più in quel modo.
Poco tempo dopo feci la mia prima Confessione.[3] Ne conservo un ricordo dolcissimo. Paolina mi aveva avvertita: «Teresa, cara, non è a un uomo, ma a Dio stesso che andrai a dire i tuoi peccati». Ne ero così persuasa che le chiesi con tutta serietà se non dovessi dire a don Ducellier che lo amavo «con tutto il cuore», poiché era davvero a Dio che avrei parlato nella sua persona.
Ben istruita su ciò che dovevo fare, entrai nel confessionale e, voltandomi verso il sacerdote per vederlo meglio, feci la mia confessione e ricevetti l’assoluzione con viva fede: mia sorella mi aveva assicurato che in quel momento solenne le lacrime del Santo Bambino Gesù avrebbero purificato la mia anima. Ricordo bene che mi esortò soprattutto a una tenera devozione alla Madonna, e promisi di raddoppiare il mio amore per colei che già occupava un posto così grande nel mio cuore. Poi gli porsi la mia corona del Rosario perché la benedicesse e uscii dal confessionale più gioiosa e leggera di quanto mi fossi mai sentita prima. Era sera e, appena arrivai sotto un lampione, mi fermai e tirai fuori dalla tasca la corona appena benedetta, rigirandola tra le mani. «Che cosa guardi, Teresa cara?» mi chiese Paolina. «Guardo com’è fatta una corona benedetta». Questa risposta infantile divertì molto le mie sorelle. Le grazie ricevute mi avevano profondamente colpita e desideravo tornare a confessarmi in occasione di tutte le grandi feste, perché quelle confessioni mi riempivano di gioia. Le feste! Quali preziosi ricordi mi richiamano queste semplici parole. Le amavo, e le mie sorelle sapevano spiegarmi così bene i misteri nascosti in ciascuna di esse. Quei giorni della terra diventavano giorni di Cielo. Amavo soprattutto la processione del Santissimo Sacramento: quale gioia spargere fiori sul cammino di Dio! Ma prima di spargerli a terra li lanciavo in alto, e non ero mai tanto felice come quando vedevo i miei petali di rosa toccare il sacro ostensorio.
E se le grandi feste ricorrevano solo di rado, ogni settimana ne portava una molto cara al mio cuore: la domenica. Che giorno glorioso! La festa di Dio! Il giorno del riposo! Anzitutto tutta la famiglia andava alla Messa solenne, e ricordo che prima della predica dovevamo scendere dai nostri posti, che erano piuttosto lontani dal pulpito, e trovare posto nella navata. Non era sempre facile, ma alla piccola Teresa e al suo papà tutti offrivano un posto. Mio zio era felicissimo quando ci vedeva scendere; mi chiamava il suo «Raggio di sole» e diceva che vedere quel venerabile vegliardo condurre per mano la sua bambina era uno spettacolo che lo riempiva sempre di gioia. Non mi preoccupavo affatto se la gente mi guardava: ero tutta intenta ad ascoltare attentamente il predicatore. La prima predica che compresi fu sulla Passione di nostro Signore e mi commosse profondamente. Avevo allora cinque anni e mezzo e, da quel momento, fui in grado di comprendere e apprezzare tutte le istruzioni religiose. Se veniva nominata santa Teresa, papà si chinava e mi sussurrava: «Ascolta bene, mia piccola regina, sta parlando della tua santa patrona». Ascoltavo davvero con attenzione, ma devo ammettere che guardavo papà più del predicatore, perché leggevo tante cose sul suo volto. Talvolta i suoi occhi si riempivano di lacrime, che cercava invano di trattenere; e mentre ascoltava le verità eterne sembrava non appartenere più a questa terra: la sua anima era assorta nel pensiero di un altro mondo. Ahimè! Dovevano trascorrere ancora molti anni lunghi e dolorosi prima che il Cielo gli fosse aperto e nostro Signore, con la Sua stessa mano divina, asciugasse le lacrime amare del Suo servo fedele.
Ma torniamo al racconto delle nostre domeniche. Quel giorno felice, che passava così in fretta, aveva anche una sua sfumatura di malinconia; la mia felicità era piena fino a Compieta, ma dopo un senso di tristezza si impadroniva di me. Pensavo all’indomani, quando bisognava riprendere la vita quotidiana di lavoro e di lezioni, e il mio cuore, sentendosi in esilio su questa terra, anelava al riposo del Cielo, al sabato senza fine della nostra vera Patria. Ogni domenica la zia ci invitava a turno a trascorrere la serata da lei. Ero sempre contenta quando arrivava il mio turno, ed era un piacere ascoltare i discorsi dello zio. Parlava di cose serie, ma mi interessava, e non immaginava quanto fossi attenta; la mia gioia, però, non era priva di timore quando mi prendeva sulle ginocchia e cantava «Barbablù» con la sua voce profonda.
Verso le otto papà veniva a prendermi. Ricordo che alzavo gli occhi alle stelle con una gioia inesprimibile. La cintura di Orione mi affascinava in modo particolare, perché vi scorgevo una somiglianza con la lettera «T». «Guarda, papà», esclamavo, «il mio nome è scritto in Cielo!». Poi, non volendo più vedere questa terra così spenta, gli chiedevo di guidarmi e, con il capo rovesciato all’indietro, contemplavo instancabilmente il cielo stellato.
Potrei raccontarti tante cose delle nostre serate invernali in casa. Dopo una partita a dama, le mie sorelle leggevano ad alta voce L’anno liturgico, di dom Guéranger, e poi alcune pagine di qualche altro libro interessante e istruttivo. Durante la lettura mi sistemavo sulle ginocchia di papà e, quando era finita, lui cantava con la sua bella voce dolci frammenti di melodie, come per farmi addormentare; io posavo il capo sul suo petto, mentre mi cullava dolcemente avanti e indietro.
Più tardi salivamo al piano di sopra per le preghiere della sera, e anche lì il mio posto era accanto al mio amato papà: mi bastava guardarlo per sapere come pregano i santi. Paolina mi metteva a letto e io le chiedevo immancabilmente: «Sono stata buona oggi? Dio è contento di me? Gli angeli veglieranno su di me?». La risposta era sempre «Sì», altrimenti avrei passato tutta la notte a piangere. Dopo queste domande le mie sorelle mi baciavano e la piccola Teresa rimaneva sola al buio.
Considero una vera grazia l’aver imparato fin dall’infanzia a vincere le mie paure. Talvolta, la sera, Paolina mi mandava a prendere qualcosa in una stanza lontana; non ammetteva rifiuti, e aveva pienamente ragione, perché altrimenti sarei diventata molto paurosa, mentre ora è difficile spaventarmi. A volte mi domando come la mia mammina sia riuscita a educarmi con tanta tenerezza, senza tuttavia viziarmi, perché non lasciava correre neppure la più piccola mancanza. È vero che non mi rimproverava mai senza motivo, e sapevo bene che, una volta presa una decisione, non avrebbe mai cambiato idea.
A questa sorella tanto amata confidavo i miei pensieri più intimi; lei chiariva tutti i miei dubbi. Un giorno espressi la mia meraviglia per il fatto che Dio non concede lo stesso grado di gloria a tutti gli eletti in Cielo: temevo che non fossero tutti pienamente felici. Mi mandò a prendere il grande bicchiere di papà e lo mise accanto al mio minuscolo ditale; poi, dopo averli riempiti entrambi d’acqua, mi chiese quale mi sembrasse più pieno. Risposi che l’uno era pieno quanto l’altro: era impossibile versare altra acqua nell’uno o nell’altro, perché non avrebbero potuto contenerla. In questo modo Paolina mi fece comprendere che in Cielo il più piccolo dei beati non invidia la felicità del più grande; e così, rendendo accessibili alla mia comprensione i misteri più sublimi, dava alla mia anima il nutrimento di cui aveva bisogno.
Ogni anno accoglievo con gioia il giorno della premiazione. Benché fossi l’unica concorrente, la giustizia era osservata con non minore rigore e non ricevevo mai ricompense se non erano ben meritate. Il cuore mi batteva per l’emozione quando sentivo annunciare le decisioni e, alla presenza di tutta la famiglia, ricevevo i premi dalle mani di papà. Era per me come un’immagine del giorno del Giudizio!
Vedendo papà così allegro, non mi sfiorava alcun sospetto delle terribili prove che lo attendevano; ma un giorno Dio mi mostrò, in una visione straordinaria, un’immagine vivida della sofferenza futura. Mio padre era in viaggio e non poteva tornare presto come al solito. Erano circa le due o le tre del pomeriggio; il sole splendeva luminoso e tutto il mondo sembrava in festa. Ero sola alla finestra che dava sull’orto, con la mente piena di pensieri lieti, quando vidi davanti a me, di fronte al lavatoio, un uomo vestito esattamente come papà, della sua stessa statura e del suo stesso aspetto, ma più curvo e invecchiato. Dico invecchiato, per descrivere il suo aspetto generale, perché non gli vidi il volto, dato che aveva il capo coperto da un velo spesso. Avanzava lentamente, a passi misurati, lungo il mio piccolo giardino; in quell’istante mi colse un timore soprannaturale e gridai forte, con voce tremante: «Papà, papà!». Il misterioso personaggio sembrò non udire: proseguì il suo cammino senza neppure voltarsi e si diresse verso un gruppo di abeti che crescevano al centro del giardino. Mi aspettavo di vederlo riapparire dall’altra parte dei grandi alberi, ma la visione profetica era svanita.
Tutto finì in un istante, ma fu un istante che si impresse così profondamente nella mia memoria che ancora adesso, dopo tanti anni, il suo ricordo è vivido quanto la visione stessa.
Le mie sorelle erano tutte insieme in una stanza accanto. Sentendomi chiamare «Papà!», si spaventarono anche loro, ma Marie, nascondendo la propria emozione, corse da me e disse: «Perché chiami papà, se è ad Alençon?». Le raccontai ciò che avevo visto e, per rassicurarmi, mi dissero che la bambinaia doveva essersi coperta la testa con il grembiule apposta per farmi paura. Victoire, però, interrogata, dichiarò di non essersi mossa dalla cucina; del resto, la verità era troppo profondamente impressa nella mia mente: avevo visto un uomo e quell’uomo era proprio come mio padre. Andammo tutte a guardare dietro il gruppo di alberi e, non trovando nulla, le mie sorelle mi dissero di non pensarci più. Ah, non era in mio potere! Quante e quante volte la mia immaginazione mi ripresentò quella misteriosa visione, quante e quante volte cercai di sollevare il velo che ne nascondeva il vero significato, e nel profondo del cuore avevo la convinzione che un giorno mi sarebbe stato pienamente rivelato. E voi sapete tutto, cara Madre. Sapete che era davvero mio padre colui che Dio mi mostrò, curvo per l’età e con il simbolo della sua terribile prova sul volto venerando e sul capo bianco.[4]
Come il Volto adorabile di Gesù fu velato durante la Sua Passione, così era conveniente che il volto del Suo umile servo fosse velato nei giorni della sua umiliazione, affinché potesse risplendere di maggiore fulgore in Cielo. Quanto ammiro le vie di Dio! Egli ci mostrò in anticipo questa preziosa croce, come un padre mostra ai propri figli l’avvenire glorioso che prepara per loro: un avvenire che porterà loro in eredità tesori inestimabili.
Ma un pensiero mi viene alla mente: «Perché Dio diede questa luce a una bambina che, se l’avesse compresa, sarebbe morta di dolore?». «Perché?». Ecco uno di quei misteri incomprensibili che comprenderemo soltanto in Cielo, dove saranno oggetto della nostra eterna ammirazione. Mio Dio, quanto sei buono! Come sai proporzionare la prova alle nostre forze!
A quel tempo non avevo neppure il coraggio di pensare che papà potesse morire, senza esserne atterrita. Un giorno era in piedi su un’alta scala a pioli e, poiché gli ero vicina, mi disse ad alta voce: «Allontanati, piccola regina; se cado ti schiaccerò». Subito sentii un sussulto interiore e, avvicinandomi ancora di più alla scala, pensai: «Almeno, se papà cade, non avrò il dolore di vederlo morire, perché morirò con lui». Non saprei mai dire quanto lo amassi. Ammiravo tutto ciò che faceva. Quando mi esponeva le sue idee su argomenti seri, come se fossi una ragazza grande, gli rispondevo ingenuamente: «È proprio certo, papà, che se tu parlassi così ai grandi uomini che governano il paese, ti prenderebbero e ti farebbero re. Allora la Francia sarebbe più felice di quanto non sia mai stata; ma tu saresti infelice, perché questa è la sorte dei re; e poi non saresti più soltanto il mio re, perciò sono contenta che non ti conoscano».
Quando avevo sei o sette anni vidi il mare per la prima volta. Quello spettacolo mi colpì profondamente: non riuscivo a distoglierne gli occhi. La sua maestà e il fragore delle onde, tutto parlava alla mia anima della grandezza e della potenza di Dio. Ricordo che, mentre eravamo sulla spiaggia, un uomo e una donna mi guardarono a lungo; poi, dopo aver chiesto a papà se fossi sua figlia, dissero che ero una bambina molto graziosa. Papà fece subito loro cenno di non lusingarmi; io ero felice di sentire quelle parole, perché non mi credevo bella. Le mie sorelle stavano molto attente a non parlare mai davanti a me in modo da guastare la mia semplicità e la mia innocenza infantile; e, poiché avevo in loro una fiducia assoluta, diedi poca importanza all’ammirazione di quelle persone e non ci pensai più.
Quella sera, nell’ora in cui il sole sembra sprofondare nell’immensità dell’oceano, lasciandosi dietro una scia di gloria, sedevo con Paolina su una roccia nuda e contemplavo a lungo quel solco dorato, che lei mi disse essere un’immagine della grazia che illumina quaggiù il cammino delle anime fedeli. Allora immaginai la mia anima come una piccola barca, con una graziosa vela bianca, in mezzo a quel solco, e decisi di non lasciare mai che si sottraesse allo sguardo di Gesù, affinché potesse navigare serena e veloce verso la riva celeste. ______________________________
[1] Questa santa religiosa aveva emesso la professione al Carmelo di Poitiers e da lì era stata inviata a fondare quello di Lisieux nel 1838. La sua memoria è benedetta in entrambi i monasteri; al cospetto di Dio praticò costantemente le virtù più eroiche e il 5 dicembre 1891 coronò con una santa morte una vita di opere buone. Aveva allora ottantasei anni.
[2] Questa casa, che suscita profondo interesse nei devoti di suor Teresa, è molto frequentata dai pellegrini che si recano a Lisieux. [N.d.R.]
[3] Questa prima confessione ebbe luogo nella bella chiesa di San Pietro, un tempo cattedrale di Lisieux. [N.d.R.]
[4] A motivo dei vaghi accenni che ricorrono qui e altrove, sembra opportuno precisare che cosa accadde al signor Louis Martin. All’età di sessantasei anni, dopo aver già subito diversi attacchi parziali, fu colpito da una paralisi generale e perse del tutto l’uso della ragione.
Indice di Gli insegnamenti di santa Teresa di Gesù Bambino: la sapienza del Piccolo Fiore di Dio