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Consigli e ricordi di suor Teresa, il piccolo fiore di Gesù

La maggior parte di quanto segue è stata raccolta dalle conversazioni di suor Teresa con le sue novizie. I suoi consigli non potranno che essere utili alle anime che vivono in clausura, come pure a molte persone nel mondo che si sentano attratte dalla sua semplice e facile piccola via verso Dio.

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Una delle novizie, profondamente scoraggiata al pensiero delle proprie imperfezioni, ci racconta che la sua maestra le parlò così:

«Mi fai pensare a un bambino che sta imparando a reggersi in piedi, ma non sa ancora camminare. Nel desiderio di arrivare in cima alle scale per trovare la mamma, alza il piedino per salire il primo gradino. Tutto è vano, e a ogni nuovo tentativo cade. Ebbene, sii come quel bambino. Continua sempre ad alzare il piede per salire la scala della santità, e non immaginare di poter salire neppure il primo gradino. Tutto ciò che Dio ti chiede è la buona volontà. Dall’alto della scala Egli ti guarda con amore e presto, commosso dai tuoi sforzi infruttuosi, scenderà Lui stesso e, prendendoti tra le Sue braccia, ti porterà nel Suo Regno, dove non Lo lascerai mai più. Ma se smettessi di alzare il piede, rimarresti a lungo sulla terra».

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«L’unico modo per avanzare rapidamente sulla via dell’amore è rimanere sempre molto piccoli. È ciò che ho fatto io, e ora posso cantare con il nostro santo padre, san Giovanni della Croce:

“Allora mi abbassai tanto, tanto in basso, che mi innalzai a tali altezze, così sublimi, da raggiungere la preda che inseguivo!”»

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Di fronte a una tentazione che mi sembrava irresistibile, le dissi: «Questa volta non riesco a superarla». Mi rispose: «Perché cercare di superarla? Passaci piuttosto sotto. Va bene per le grandi anime librarsi al di sopra delle nubi quando infuria la tempesta; noi dobbiamo semplicemente sopportare gli scrosci di pioggia. Che importa se ci bagniamo? Ci asciugheremo al sole dell’amore.

«Questo mi ricorda un piccolo episodio della mia infanzia. Un giorno un cavallo stava davanti al cancello del giardino e ci impediva di passare. Le mie compagne gli parlavano e cercavano di farlo spostare, ma, mentre erano ancora intente a parlargli, io scivolai tranquillamente fra le sue zampe . . . Ecco il vantaggio di rimanere piccoli».

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Nostro Signore disse alla madre dei figli di Zebedeo: “Sedere alla Mia destra o alla Mia sinistra è per coloro per i quali è stato preparato dal Padre Mio”.[1] Immagino che questi posti d’onore, che sono stati rifiutati tanto ai grandi santi quanto ai martiri, saranno riservati ai bambini piccoli; e non lo aveva forse predetto Davide, quando disse che “il piccolo Beniamino presiederà in mezzo alle assemblee[2] dei santi”?»

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«Sbagli a trovare da ridire su questa o quella cosa, o a cercare di far vedere a tutti le cose come le vedi tu. Noi desideriamo essere “come bambini piccoli”, e i bambini piccoli non sanno che cosa sia meglio: a loro tutto sembra giusto. Imitiamo il loro modo di fare. Del resto, non c’è merito nel fare ciò che la ragione ci detta».

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«I miei protettori e i miei prediletti in Cielo sono coloro che, per così dire, lo hanno rubato, come i Santi Innocenti e il buon ladrone. I grandi santi lo hanno conquistato con le loro opere; io voglio essere come i ladri e conquistarlo con uno stratagemma: uno stratagemma d’amore che ne aprirà le porte sia a me sia ai poveri peccatori. Nel Libro dei Proverbi lo Spirito Santo mi incoraggia, perché dice: “Vieni a Me, piccolo, per imparare l’astuzia!”»[3]

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«Che cosa faresti se potessi ricominciare la tua vita religiosa?»

«Credo che farei ciò che ho già fatto».

«Dunque non condividi il sentimento di quell’eremita che diceva: “Finché mi resterà un quarto d’ora, o anche solo un soffio di vita, temerò le fiamme dell’inferno, anche se avrò trascorso lunghi anni nella penitenza”?»

«No, non condivido quel timore; sono troppo piccola. I bambini piccoli non si dannano».

«Cerchi sempre di essere come i bambini piccoli, ma dicci che cosa bisogna fare per ottenere questo spirito d’infanzia. Che cosa significa “rimanere piccoli”?»

«“Rimanere piccoli” significa riconoscere il proprio nulla, attendere tutto dalla bontà di Dio, evitare di turbarsi troppo per le proprie mancanze; infine, non preoccuparsi di accumulare ricchezze spirituali, non affannarsi per nulla. Anche tra i poveri, finché un bambino è piccolo, gli viene dato il necessario; ma, una volta cresciuto, il padre non gli dà più da mangiare e gli dice di cercarsi un lavoro e di mantenersi da sé. Ebbene, è proprio per non sentirmi dire questo che non ho mai voluto crescere, perché mi sento incapace di guadagnarmi da vivere, e la mia vita è la Vita eterna!»

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A imitazione della nostra santa maestra, anch’io desideravo non crescere mai; perciò mi chiamava “la piccola” e, durante un ritiro, mi scrisse queste note:

«Non temere di dire a Gesù che Lo ami, anche se non senti questo amore. In questo modo Lo costringerai a venire in tuo aiuto e a portarti come un bambino piccolo, troppo debole per camminare.

“È davvero una grande prova quando tutto appare nero, ma questo non dipende interamente da te. Fa’ tutto ciò che è in tuo potere per distaccare il cuore dalle preoccupazioni terrene, soprattutto dalle creature; poi sii certa che Nostro Signore farà il resto. Non potrebbe permettere che tu cada nell’abisso. Consolati, piccola! In Cielo nulla apparirà più nero, ma tutto sarà di un bianco abbagliante. Là tutto sarà rivestito dello splendore divino del nostro Sposo, il Giglio delle valli. Insieme Lo seguiremo dovunque vada. Intanto dobbiamo fare buon uso del breve giorno di questa vita. Diamo gioia a Nostro Signore, doniamoGli anime con il sacrificio di noi stesse! Soprattutto, facciamoci piccole, così piccole che tutti possano calpestarci senza che sembriamo neppure provarne dolore.

“Non mi stupisco delle mancanze della piccola; dimentica che, nel suo ruolo di missionaria e di guerriera, dovrebbe rinunciare a tutte le consolazioni infantili. È un errore passare il tempo a tormentarsi, invece di dormire sul Cuore di Gesù.

“Se la piccola ha paura del buio della notte o si lamenta di non vedere Colui che la porta, chiuda gli occhi. È l’unico sacrificio che Dio le chiede. Rimanendo così, il buio cesserà di spaventarla, perché non lo vedrà, e ben presto la pace, se non la gioia, tornerà nella sua anima.”

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Per aiutarmi ad accettare un’umiliazione, mi confidò quanto segue:

“Se non fossi stata accolta al Carmelo, sarei entrata in un Rifugio e vi avrei vissuto sconosciuta e disprezzata fra le povere ‘penitenti’. La mia gioia sarebbe stata passare per una di loro, e sarei diventata apostola fra le mie compagne, parlando loro dei miei pensieri sull’infinita Misericordia di Dio.”

“Ma come avresti potuto nascondere la tua innocenza al confessore?”

“Gli avrei detto che, quando ero ancora nel mondo, avevo fatto una confessione generale e che mi era stato proibito di ripeterla.”

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“Oh! Quando penso a tutto ciò che devo acquistare!”

“O piuttosto perdere! È Gesù che si incarica di colmare la tua anima man mano che la liberi dalle imperfezioni. Vedo chiaramente che stai sbagliando strada e che non arriverai mai al termine del tuo cammino. Vuoi salire la montagna, mentre Dio desidera che tu la discenda. Ti aspetta nella feconda valle dell’umiltà.”

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“A me sembra che l’umiltà sia la verità. Non so se sono umile, ma so che vedo la verità in ogni cosa.”

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“Sei proprio una santa!”

“No, non sono una santa. Non ho mai compiuto le opere di una santa. Sono soltanto una piccolissima anima che Dio onnipotente ha colmato dei Suoi favori.

“In Cielo conoscerai la verità di ciò che dico.”

“Ma non sei stata sempre fedele a quei favori?”

“Sì, dall’età di tre anni non ho mai rifiutato nulla al nostro buon Dio. Tuttavia non posso gloriarmene. Guarda come questa sera le cime degli alberi sono dorate dal sole al tramonto. Allo stesso modo la mia anima ti appare tutta splendente e dorata perché è esposta ai raggi dell’Amore. Ma se il Sole divino non la illuminasse più, sprofonderebbe all’istante nelle tenebre.”

“Anche noi vorremmo diventare tutte dorate: che cosa dobbiamo fare?”

“Dovete praticare le piccole virtù. A volte è difficile, ma Dio non rifiuta mai la prima grazia: il coraggio di vincere se stesse; e se l’anima corrisponde a quella grazia, si trova subito nella luce del sole di Dio. Mi ha sempre colpita la lode rivolta a Giuditta: ‘Hai agito con fortezza e il tuo cuore si è rafforzato.’[4] All’inizio dobbiamo agire con coraggio. In questo modo il cuore acquista forza e a una vittoria ne segue un’altra.”

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In conformità alla Regola, suor Teresa non alzava mai gli occhi in refettorio e, poiché trovavo grande difficoltà in questa osservanza, compose per me la seguente preghiera. Essa rivela la sua grandissima umiltà, perché vi chiedeva una grazia di cui io sola avevo bisogno:

“O Gesù, per onorare e imitare l’esempio che desti nella casa di Erode, le Tue due piccole spose si propongono di tenere gli occhi bassi in refettorio. Quando quel re empio si fece beffe di Te, o Bellezza infinita, nessun lamento uscì dalle Tue labbra. Non Ti degnasti neppure di posare su di lui i Tuoi occhi adorabili. Egli non era degno di quel favore, ma noi, che siamo Tue spose, desideriamo attirare su di noi il Tuo sguardo divino. Ogni volta che ci asterremo dall’alzare gli occhi, Ti supplichiamo di ricompensarci con uno sguardo d’amore, e osiamo persino chiederTi di non negarci questo dolce sguardo quando non riusciremo a dominarci, perché ci umilieremo con tutta sincerità davanti a Te.”

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Le confidai che non facevo progressi e che, di conseguenza, mi ero scoraggiata.

“Fino all’età di quattordici anni”, disse, “ho praticato la virtù senza gustarne la dolcezza. Desideravo la sofferenza, ma non pensavo di farne la mia gioia; questa grazia mi fu concessa più tardi. La mia anima era come un bell’albero i cui fiori cadevano appena sbocciati.

“Offri a Dio il sacrificio di non raccogliere mai alcun frutto. Se Egli vuole che per tutta la vita tu provi ripugnanza per la sofferenza e l’umiliazione, se permette che tutti i fiori dei tuoi desideri e della tua buona volontà cadano a terra senza che appaia alcun frutto, non preoccuparti. Nell’ora della morte, in un batter d’occhio, farà maturare bei frutti sull’albero della tua anima.

“Leggiamo nel Siracide: ‘C’è un uomo inoperoso, bisognoso d’aiuto, assai debole nelle sue capacità e immerso nella povertà: eppure l’occhio di Dio si è posato su di lui per il suo bene, lo ha sollevato dalla sua misera condizione e gli ha fatto rialzare il capo: molti si sono meravigliati di lui e hanno glorificato Dio. . . . Confida in Dio e rimani al tuo posto. Perché è facile agli occhi di Dio rendere ricco il povero in un istante. La benedizione di Dio si affretta a ricompensare il giusto e in breve tempo la Sua benedizione porta frutto.'”[5]

“Ma se cado, sarò sempre considerata imperfetta, mentre tu sei ritenuta santa.”

“Forse è perché non ho mai desiderato essere considerata tale. . . . Ma che tu sia considerata imperfetta è proprio la cosa migliore. Ecco la tua messe. Credersi imperfetti e ritenere perfetti gli altri: questa è la vera felicità. Se le creature di questa terra ti ritengono priva di santità, non ti tolgono nulla e tu non ne sei affatto impoverita: sono loro a perderci. C’è forse qualcosa di più dolce della gioia interiore di pensare bene del prossimo?

“Quanto a me, sono contenta e gioisco non solo quando sono considerata imperfetta, ma soprattutto quando sento che è vero. I complimenti, al contrario, non fanno che dispiacermi.”

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“Dio ha un amore speciale per te, poiché affida delle anime alle tue cure.”

“Questo non cambia nulla, e in realtà io sono soltanto ciò che sono ai Suoi occhi. Non è perché vuole che io sia la Sua interprete fra voi che mi ama di più; piuttosto, fa di me la vostra piccola serva. È per voi, e non per me, che mi ha donato quelle doti e quelle virtù che vedete.

“Spesso mi paragono a una piccola ciotola che Dio ha riempito di cose buone. Tutti i gattini vengono a mangiarvi e a volte litigano per chi avrà la parte più grande. Ma il santo Bambino Gesù vigila attentamente. ‘Acconsento che vi nutriate dalla Mia piccola ciotola’, dice, ‘ma badate a non rovesciarla e romperla.’

“In verità non c’è un gran pericolo, perché sono già a terra. Non è così per le priore: poste come sono sui tavoli, corrono molti più rischi. Gli onori sono sempre pericolosi. Quale cibo avvelenato viene servito ogni giorno a chi occupa posizioni elevate! Quali mortiferi fumi d’incenso! Un’anima deve essere ben distaccata da se stessa per attraversare tutto questo senza danno.”

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“È una consolazione per te fare il bene e procurare la gloria di Dio. Vorrei essere altrettanto favorita.”

“Che importa se Dio si serve di me, anziché di un’altra, per procurare la Sua gloria! Purché il Suo Regno si stabilisca nelle anime, lo strumento non conta. Del resto, Lui non ha bisogno di nessuno.

“Qualche tempo fa osservavo il tremolio, quasi invisibile, di un piccolo lume da notte, quando una delle sorelle si avvicinò e, accesa la sua candela a quella fiamma morente, la passò alle altre per accendere tutte quelle della comunità. ‘Chi oserebbe gloriarsi delle proprie opere buone?’, riflettei. ‘Da una debole scintilla come questa si potrebbe incendiare tutta la terra.’ Spesso pensiamo di ricevere grazie e di essere illuminati da Dio per mezzo di candele splendenti. Ma da dove viene la loro luce? Forse dalle preghiere di qualche anima umile e nascosta, il cui splendore interiore non è visibile agli occhi umani; un’anima dalla virtù sconosciuta e, ai propri occhi, di poco valore: una fiamma morente.

“Quali misteri ci saranno ancora svelati! Ho pensato spesso che forse devo tutte le grazie di cui sono colmata a qualche piccola anima che conoscerò soltanto in Cielo.

“È volontà di Dio che in questo mondo le anime si dispensino a vicenda, mediante la preghiera, i tesori del Cielo, affinché, quando giungeranno alla loro dimora eterna, possano amarsi con cuore riconoscente e con un affetto di gran lunga superiore a quello che regna nella famiglia più perfetta della terra.

“Là non incontreremo sguardi indifferenti, perché tutti i santi saranno debitori gli uni degli altri. Non ci saranno sguardi invidiosi, perché la felicità di ciascuno dei beati sarà la felicità di tutti. Con i dottori della Chiesa saremo come dottori; con i martiri, come martiri; con le vergini, come vergini; e come i membri di una stessa famiglia sono fieri gli uni degli altri, così, senza la minima gelosia, saremo fieri dei nostri fratelli e delle nostre sorelle.

“Quando vedremo la gloria dei grandi santi e sapremo che, per l’azione segreta della Provvidenza, vi abbiamo contribuito, chissà se la gioia che proveremo non sarà altrettanto intensa, forse più dolce, della felicità che essi stessi possiedono?

“E non pensi che i grandi santi, da parte loro, vedendo quanto devono a tutte le piccole anime, le ameranno di un amore senza pari? Le amicizie del Paradiso saranno dolci e piene di sorprese, di questo sono certa. L’amico intimo di un apostolo o di un grande dottore della Chiesa potrà essere un pastorello, e un semplice bambino potrà essere unito nella più stretta intimità a un patriarca. . . . Quanto desidero entrare in quel Regno d’Amore!”

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“Credimi, scrivere libri di pietà, comporre le poesie più sublimi: tutto questo non eguaglia il più piccolo atto di rinuncia a se stessi. Quando, però, la nostra incapacità di fare il bene ci addolora, non ci resta che offrire le opere buone degli altri: in questo sta il beneficio della comunione dei santi. Ricorda quel bel verso del cantico del nostro Padre, san Giovanni della Croce:

‘Ritorna, mia colomba! Guarda sull’altura il Cervo ferito, a cui reca refrigerio la brezza suscitata dalle tue ali.’

“Così lo Sposo, il Cervo ferito, non è attratto dall’altura, ma soltanto dalla brezza che viene dalle ali della colomba: una brezza che basta un solo battito d’ali a suscitare.”

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“L’unica cosa che non suscita invidia è l’ultimo posto. Soltanto lì, dunque, non vi sono né vanità né afflizione dello spirito. Eppure, ‘la via dell’uomo non è in suo potere’,[6] e talvolta ci sorprendiamo a desiderare ciò che abbaglia. In quel momento, prendiamo con tutta umiltà il nostro posto tra gli imperfetti e consideriamoci piccole anime che hanno bisogno, a ogni istante, di essere sostenute dalla bontà di Dio. Non appena Egli ci vede pienamente convinti del nostro nulla e ci sente gridare: ‘Il mio piede vacilla, Signore, ma la Tua Misericordia è la mia forza’,[7] ci tende la Sua mano. Ma se tentiamo grandi cose, anche con il pretesto dello zelo, Egli ci abbandona. Basta dunque umiliarci, sopportare con mitezza le nostre imperfezioni. In questo sta, per noi, la vera santità.”

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Un giorno mi lamentavo di essere più stanca delle mie consorelle, perché, oltre ai doveri ordinari, avevo altri lavori di cui le altre non sapevano nulla. Suor Teresa rispose:

“Vorrei vederti sempre come un soldato valoroso, che non si lamenta mai delle fatiche, ma considera gravissime le ferite dei compagni e semplici graffi le proprie. Senti tanto questa stanchezza perché nessuno ne è al corrente.

“Ora, la beata Margherita Maria, quando ebbe due paterecci, confessò che in realtà soffriva soltanto per quello nascosto. L’altro, che non poteva nascondere, suscitava la pietà delle consorelle e la rendeva oggetto di compassione. Il desiderio che gli altri conoscano i nostri mali e dolori è davvero un sentimento molto naturale, ma cedervi è da vili.”

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“Quando commettiamo una colpa, non dobbiamo mai attribuirla a una causa fisica, come la malattia o il tempo atmosferico. Dobbiamo attribuirla alle nostre imperfezioni, senza per questo scoraggiarci. ‘Le occasioni non rendono l’uomo fragile, ma mostrano ciò che è.’”[8]

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“Dio non permise che nostra Madre mi dicesse di mettere per iscritto le mie poesie non appena le avevo composte e io, temendo di commettere un peccato contro la povertà, non osavo chiederne il permesso. Dovevo quindi aspettare di avere un po’ di tempo libero e alle otto di sera trovavo spesso estremamente difficile ricordare ciò che avevo composto al mattino.

“È vero, queste piccole cose sono una sorta di martirio; ma dobbiamo stare attenti a non alleviare la sofferenza del martirio concedendoci, oppure ottenendo il permesso di concederci, mille e una cosa che tenderebbero a rendere la vita religiosa comoda e piacevole.”

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Un giorno, mentre ero in lacrime, suor Teresa mi disse di evitare l’abitudine di lasciare che gli altri si accorgessero delle piccole cose che mi turbavano, aggiungendo che nulla rendeva la vita comunitaria più penosa degli sbalzi d’umore.

“Hai proprio ragione, risposi, “era proprio quello che pensavo anch’io. D’ora in poi le mie lacrime saranno soltanto per Dio. Confiderò le mie preoccupazioni a Colui che saprà comprendermi e consolarmi.”

“Lacrime per Dio!” replicò prontamente, “questo non deve accadere. Ancor meno che alle creature dovresti mostrare a Lui un volto afflitto. Il nostro divino Maestro non ha che i nostri monasteri dove trovare un po’ di sollievo per il Suo Cuore. Viene da noi in cerca di riposo, per dimenticare le incessanti lamentele dei Suoi amici nel mondo, che, invece di apprezzare il valore della Croce, l’accolgono molto più spesso con gemiti e lacrime. Vorresti dunque essere come le anime mediocri? Francamente, questo non è amore disinteressato. . . . Spetta a noi consolare il Signore, e non a Lui consolare noi. Il Suo Cuore è così tenero che, se piangi, asciugherà le tue lacrime; ma poi se ne andrà triste, perché non Gli hai permesso di riposare tranquillamente in te. Il Signore ama i cuori lieti, i bambini che Lo accolgono con un sorriso. Quando imparerai a nasconderGli le tue pene, o a dirGli allegramente che sei felice di soffrire per Lui?”

“Il volto è lo specchio dell’anima”, disse una volta, “e il tuo, come quello di una bambina contenta, dovrebbe essere sempre calmo e sereno. Anche quando sei sola, sii lieta, ricordando sempre che sei sotto lo sguardo degli angeli.”

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Desideravo ardentemente che si congratulasse con me per quello che, ai miei occhi, era un atto eroico di virtù; ma lei mi disse:

“Confronta questo piccolo atto di virtù con ciò che il Signore ha il diritto di aspettarsi da te! Dovresti piuttosto umiliarti per aver perduto tante occasioni di dimostrarGli il tuo amore.”

Poco soddisfatta di questa risposta, aspettai un’occasione per scoprire come suor Teresa stessa si sarebbe comportata nella prova, e l’occasione non tardò a presentarsi. La reverenda Madre ci chiese di svolgere un lavoro estremamente faticoso e irto di difficoltà, e io, di proposito, lo resi ancora più difficile per la nostra Maestra.

Neppure per un istante, tuttavia, riuscii a coglierla in fallo e, incurante della fatica che ciò comportava, rimaneva cortese e amabile, sempre desiderosa di aiutare le altre a proprie spese. Alla fine non potei più resistere e le confessai quali erano stati i miei pensieri.

«Come fai», le dissi, «a essere così paziente? Sei sempre la stessa: calma e piena di gioia». «Non è stato sempre così per me», rispose, «ma da quando ho rinunciato a ogni ricerca di me stessa, vivo la vita più felice che si possa immaginare».

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La nostra cara Maestra era solita dire che durante la ricreazione, più che in ogni altro momento, dovremmo trovare occasioni per praticare la virtù.

«Se desideri trarne grande profitto, non andarci con l’idea di procurarti uno svago, ma piuttosto con l’intenzione di intrattenere le altre e di praticare un completo distacco da te stessa. Così, per esempio, se stai raccontando a una delle suore qualcosa che ritieni divertente e lei ti interrompe per raccontarti qualcos’altro, mostrati interessata, anche se in realtà il suo racconto non ti interessa affatto. Bada anche a non cercare di riprendere ciò che stavi dicendo. In questo modo uscirai dalla ricreazione colma di una grande pace interiore e con nuove forze per praticare la virtù, perché non hai cercato di far piacere a te stessa, ma alle altre. Se solo potessimo renderci conto di quanto guadagniamo rinnegando noi stesse in ogni cosa!»

«Tu certamente te ne rendi conto, perché hai sempre praticato la rinuncia a te stessa».

«Sì, ho dimenticato me stessa e ho cercato di non cercare me stessa in nulla».

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«Quando qualcuno bussa alla nostra porta, o quando ci chiamano con il campanello, dobbiamo praticare la mortificazione e non fare neppure un altro punto di cucito prima di rispondere. L’ho praticato anch’io e ti assicuro che è una fonte di pace».

Dopo questo consiglio, ogni volta che se ne presentava l’occasione, rispondevo prontamente a ogni chiamata. Un giorno, durante la sua malattia, ne fu testimone e disse:

«Nell’ora della morte sarai molto felice di trovare questo al tuo attivo. Hai appena fatto qualcosa di più glorioso che se, con un’abile diplomazia, avessi ottenuto il favore del Governo per tutte le comunità religiose e fossi stata proclamata in tutta la Francia una seconda Giuditta».

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Interrogata sul suo modo di santificare i pasti, rispose:

«In refettorio abbiamo una sola cosa da fare: compiere un’azione umile con pensieri elevati. Confesso che spesso proprio in refettorio mi vengono i più dolci slanci d’amore. A volte mi fermo al pensiero che, se Nostro Signore fosse al mio posto, certamente mangerebbe quegli stessi piatti che mi vengono serviti. È assai probabile che durante la Sua vita abbia assaggiato cibi simili: deve aver mangiato pane e frutta.

«Ecco le mie piccole rubriche:

«Mi immagino a Nazaret, nella casa della Sacra Famiglia. Se, per esempio, mi vengono serviti insalata, pesce freddo, vino o qualcosa dal sapore pungente, lo offro a san Giuseppe. Alla Beata Vergine offro i cibi caldi e la frutta matura, e a Gesù Bambino le pietanze dei giorni di festa, soprattutto il riso e le confetture. Infine, quando mi viene servito un pasto misero, dico allegramente: “Oggi, piccola mia, è tutto per te!”»

Così, in tanti modi graziosi, nascondeva le sue mortificazioni. Un giorno di digiuno, tuttavia, in cui la nostra Reverenda Madre aveva disposto per lei un cibo speciale, la sorpresi a condirlo con assenzio perché le piaceva troppo. Un’altra volta la vidi bere molto lentamente una medicina assai sgradevole. «Fa’ presto», le dissi, «bevila tutta d’un fiato!» «Oh, no!», rispose; «non devo forse approfittare di queste piccole occasioni di penitenza, dal momento che quelle maggiori mi sono proibite?»

Verso la fine della sua vita venni a sapere che, durante il noviziato, una delle nostre suore, nel fissarle lo scapolare, le aveva trapassato la spalla con il grosso spillo, e per ore ella aveva sopportato il dolore con gioia. In un’altra occasione mi diede prova della sua mortificazione interiore. Avevo ricevuto una lettera molto interessante, che era stata letta ad alta voce durante la ricreazione, in sua assenza. La sera espresse il desiderio di leggerla e gliela diedi. Più tardi, quando me la restituì, la pregai di dirmi che cosa pensasse di un punto della lettera che sapevo avrebbe dovuto incantarla. Sembrò piuttosto imbarazzata e, dopo una pausa, rispose: «Dio mi ha chiesto il sacrificio di questa lettera a causa dell’impazienza che ho mostrato l’altro giorno . . . così non l’ho letta».

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Parlandole delle mortificazioni dei santi, ella osservò: «È stato un bene che Nostro Signore ci abbia avvertito: “Nella casa del Padre Mio vi sono molte dimore, altrimenti ve l’avrei detto”.[9] Infatti, se ogni anima chiamata alla perfezione fosse obbligata a compiere queste austerità per entrare in Cielo, Egli ce l’avrebbe detto e noi le avremmo intraprese volentieri. Ma ha dichiarato che “nella Sua casa vi sono molte dimore”. Se ve ne sono per le grandi anime, per i Padri del deserto e per i martiri della penitenza, deve essercene anche una per i bambini piccoli. E in quella ci è riservato un posto, purché amiamo teneramente Lui insieme al Padre Nostro e allo Spirito d’Amore».

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“Quando vivevo nel mondo, al risveglio ero solita pensare a tutte le cose piacevoli o spiacevoli che avrebbero potuto accadere durante la giornata e, se non prevedevo altro che preoccupazioni, mi alzavo con il cuore pesante. Ora è tutto il contrario. Penso alle pene e alle sofferenze che mi attendono e mi alzo sentendomi tanto più coraggiosa e con il cuore tanto più leggero quante più occasioni prevedo di dimostrare il mio amore per Nostro Signore e di guadagnare — madre di anime quale sono — il pane per i miei figli. Poi bacio il mio crocifisso e, posandolo delicatamente sul cuscino, lo lascio lì mentre mi vesto e dico: ‘Gesù mio, hai faticato e pianto abbastanza nei Tuoi trentatré anni su questa misera terra. Oggi riposa! Tocca a me soffrire e combattere.'”

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Un giorno di bucato mi avviavo senza fretta verso la lavanderia, guardando i fiori lungo il cammino. Suor Teresa mi seguiva e presto mi raggiunse: “È così”, mi disse con calma, “che ci si affretta quando si hanno figli e si deve lavorare per procurare loro da mangiare?”

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“Sai quali sono le mie domeniche e i miei giorni di festa? Sono i giorni in cui Dio mi mette maggiormente alla prova.”

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Ero afflitta per la mia mancanza di coraggio e suor Teresa mi disse: “Ti lamenti di ciò che dovrebbe essere la tua più grande felicità. Se combattessi soltanto quando ne senti l’ardore, dove sarebbe il tuo merito? Che importa se sei priva di coraggio, purché tu agisca come se lo avessi? Se ti senti troppo pigra per raccogliere un pezzetto di filo e tuttavia lo fai per amore di Gesù, acquisti più merito che con un’azione molto più nobile compiuta in un momento di fervore. Invece di rattristarti, rallegrati perché Nostro Signore, permettendoti di sentire la tua debolezza, ti offre l’occasione di salvare un maggior numero di anime.”

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Le chiesi se Nostro Signore non fosse dispiaciuto nel vedere le mie tante mancanze. Questa fu la sua risposta: “Consolati, perché Colui che hai scelto come tuo Sposo possiede ogni perfezione immaginabile; ma — oserò dirlo? — ha anche una grande infermità: è cieco! E c’è una scienza di cui non sa nulla: l’addizione! Questi due grandi difetti, tanto deplorevoli in uno sposo terreno, non fanno che rendere il nostro infinitamente più amabile. Se fosse necessario che vedesse bene e conoscesse la scienza dei numeri, non credi che, di fronte ai nostri tanti peccati, ci farebbe ripiombare nel nostro nulla? Ma il Suo Amore per noi Lo rende davvero cieco.

“Se il più grande peccatore della terra si pentisse al momento della morte ed esalasse l’ultimo respiro in un atto d’amore, né le tante grazie di cui ha abusato né i numerosi delitti che ha commesso gli sarebbero d’ostacolo. Nostro Signore non vedrebbe nulla, non terrebbe conto di nulla se non dell’ultima preghiera del peccatore e, senza indugio, lo accoglierebbe tra le braccia della Sua Misericordia.

“Ma, per renderLo così cieco e impedirGli di fare anche la più piccola addizione, dobbiamo avvicinarci a Lui attraverso il Suo Cuore: da quel lato è vulnerabile e indifeso.”

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L’avevo addolorata ed ero andata a chiederle perdono: “Se sapessi ciò che provo!”, esclamò. “Mai ho compreso più chiaramente l’amore con cui Gesù ci accoglie quando cerchiamo il Suo perdono. Se io, Sua povera piccola creatura, provo tanta tenerezza per te quando torni da me, che cosa deve accadere nel Cuore Divino di Nostro Signore quando torniamo a Lui? Ben più rapidamente di quanto abbia appena fatto io, Egli cancellerà dalla Sua memoria i nostri peccati. . . . Anzi, ci amerà con ancora più tenerezza di prima della nostra caduta.”

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Avevo un immenso terrore dei giudizi di Dio e nessun ragionamento di suor Teresa riusciva a dissiparlo. Un giorno le feci questa obiezione: “Ci viene detto spesso che agli occhi di Dio neppure gli angeli sono puri. Come puoi dunque pretendere che io non sia piena di timore?”

Mi rispose: “C’è un solo mezzo per costringere Dio a non giudicarci, ed è presentarci davanti a Lui a mani vuote”. “E come si può fare?” “È semplicissimo: non mettere nulla da parte, spendi i tuoi tesori man mano che li guadagni. Anche se vivessi fino a ottant’anni, sarei sempre povera, perché non so risparmiare. Tutto ciò che guadagno viene subito speso per il riscatto delle anime.

“Se aspettassi l’ora della morte per far valutare le mie monetine di poco conto, Nostro Signore non mancherebbe di scoprirvi del metallo vile, e dovrebbero certamente essere purificate in Purgatorio. Non si racconta forse di certi grandi santi che, pur essendosi presentati al Tribunale di Dio con le mani cariche di meriti, furono tuttavia mandati in quel luogo di espiazione, perché agli Occhi di Dio tutta la nostra giustizia è impura?”

“Ma”, risposi, “se Dio non giudica le nostre buone azioni, giudicherà quelle cattive.” “Non dire così! Nostro Signore è la Giustizia stessa e, se non giudica le nostre buone azioni, non giudicherà neppure quelle cattive. Mi sembra che per le Vittime d’Amore non ci sarà giudizio. Dio si affretterà piuttosto a ricompensare con delizie eterne il Suo stesso Amore, che vedrà ardere nei loro cuori.”

“Per godere di un simile privilegio, basterebbe ripetere quell’Atto di offerta che hai composto?” “Oh, no! Le parole non bastano. Per essere una vera Vittima d’Amore dobbiamo abbandonarci interamente. . . . L’Amore ci consumerà soltanto nella misura del nostro abbandono.”

* * * * * *

Mi affliggevo amaramente per una colpa che avevo commesso. “Prendi il tuo
crocifisso”, mi disse, “e bacialo.” Gli baciai i Piedi.

«È così che una bambina bacia suo padre? Gettagli subito le braccia al collo e baciagli il Volto». Quando l’ebbi fatto, continuò: «Non basta: deve ricambiare la tua carezza». Dovetti premere il Crocifisso contro entrambe le guance, dopodiché aggiunse: «Ora tutto è perdonato».

* * * * * *

Un giorno le dissi che, se dovevo essere rimproverata, preferivo meritarlo piuttosto che essere accusata ingiustamente. «Da parte mia», rispose, «preferisco essere accusata ingiustamente, perché, non avendo nulla da rimproverarmi, offro volentieri a Dio questa piccola ingiustizia. Poi, umiliandomi, penso a quanto facilmente avrei potuto meritare quel rimprovero. Più andrai avanti, meno saranno le lotte; o meglio, più facile sarà la vittoria, perché vedrai più chiaramente il lato buono delle cose. Allora la tua anima si eleverà al di sopra delle creature. Quanto a me, mi sento del tutto indifferente a ogni accusa, perché ho imparato quanto siano vani i giudizi umani».

Aggiunse ancora: «Quando siamo fraintese e giudicate sfavorevolmente, quale vantaggio ricaviamo dal difenderci? Lascia le cose come stanno e non dire nulla. È così dolce lasciarsi giudicare in qualunque modo, a ragione o a torto.

«Non è scritto nel Vangelo che santa Maria Maddalena si sia giustificata quando sua sorella l’accusò di starsene oziosa ai Piedi di Nostro Signore. Non disse: “Marta, se conoscessi la felicità che provo e se udissi le parole che ascolto, anche tu lasceresti tutto per condividere la mia gioia e il mio riposo”. No, preferì tacere. . . . Benedetto silenzio, che dona tanta pace all’anima!»

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In un momento di tentazione e di lotta ricevetti questo biglietto: «“Il giusto mi corregga con misericordia e mi rimproveri; ma l’olio del peccatore non profumi il mio capo”.[10] Non posso essere rimproverata o corretta che dai giusti, perché tutte le mie consorelle sono gradite a Dio. È meno amaro essere rimproverati da un peccatore che da un giusto; ma, per compassione dei peccatori, per ottenere la loro conversione, Ti supplico, o mio Dio, di permettere che io sia ben rimproverata da quelle anime giuste che mi circondano. Chiedo anche che l’olio della lode, così dolce alla nostra natura, non profumi il mio capo, cioè la mia mente, facendomi credere di possedere delle virtù quando ho soltanto compiuto qualche buona azione.

«Gesù! “Il Tuo Nome è come olio effuso”,[11] ed è in questo profumo divino che desidero immergermi interamente, lontano dagli sguardi degli uomini».

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«Non è corretto discutere con una consorella per dimostrarle che ha torto, anche quando è vero, perché non siamo responsabili della sua condotta. Non dobbiamo essere giudici di pace, ma soltanto angeli di pace».

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«Vi lasciate assorbire troppo da ciò che fate», ci diceva; «vi preoccupate del futuro come se fosse nelle vostre mani. In questo momento vi date forse molto pensiero di ciò che accade negli altri monasteri carmelitani, e se le monache vi siano occupate oppure no? Il loro lavoro vi impedisce forse di pregare o di meditare? Ebbene, allo stesso modo dovreste distaccarvi dai vostri lavori personali, dedicandovi coscienziosamente il tempo prescritto, ma con perfetta libertà di cuore. Leggiamo che gli Israeliti, mentre costruivano le mura di Gerusalemme, lavoravano con una mano e tenevano una spada nell’altra.[12] È un’immagine di ciò che dovremmo fare: evitare di lasciarci assorbire interamente dal nostro lavoro».

* * * * * *

«Una domenica», racconta Teresa, «mi dirigevo verso il viale dei castagni, piena di gioia, perché era primavera e volevo godere delle bellezze della natura. Quale amara delusione! I miei cari castagni erano stati potati e i rami, già coperti di gemme, giacevano a terra. Nel vedere quello scempio, e pensando che sarebbero dovuti trascorrere tre anni prima che vi si potesse rimediare, provai una grande pena nel cuore. Ma il dolore non durò a lungo. “Se fossi in un altro monastero”, riflettei, “che cosa mi importerebbe se i castagni del Carmelo di Lisieux venissero abbattuti del tutto?” Non mi darò pensiero delle cose che passano. Dio sarà il mio tutto. Passeggerò nei boschetti del Suo Amore, sui quali nessuno osa mettere mano».

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Una novizia chiese alle consorelle di aiutarla a scuotere alcune coperte. Poiché, essendo logore, rischiavano di strapparsi facilmente, insistette, con una certa asprezza, perché fossero maneggiate con cura. «Che cosa faresti», disse Teresa alla novizia impaziente, «se non toccasse a te rammendare queste coperte? Non penseresti affatto a te stessa e, se facessi notare che si strappano facilmente, lo faresti in modo del tutto disinteressato. In tutte le tue azioni dovresti evitare la minima traccia di ricerca di te stessa».

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Vedendo una delle nostre consorelle molto affaticata, dissi a suor Teresa: «Mi addolora vedere soffrire le persone, soprattutto quelle sante». Rispose subito: «Io non provo ciò che provi tu. I santi che soffrono non suscitano mai la mia compassione. So che hanno la forza di sopportare le loro sofferenze e che, attraverso di esse, rendono grande gloria a Dio. Ma provo una grande compassione per coloro che non sono santi e che non sanno trarre frutto dalla sofferenza. Sono loro a suscitare davvero la mia pietà. Farei ogni sforzo per aiutarli e confortarli».

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“Se vivessi più a lungo, l’ufficio di infermiera sarebbe quello che più mi piacerebbe. Non lo chiederei, ma se mi fosse imposto per obbedienza, mi riterrei molto favorita. Credo che ne adempirei i doveri con molto affetto, sempre memore delle parole di Nostro Signore: ‘Ero malato e mi avete visitato.’[13] Il campanello dell’infermeria dovrebbe essere per te come una musica celeste, e dovresti passare apposta davanti alle finestre delle malate, perché possano chiamarti facilmente. Considerati una piccola schiava che tutti hanno il diritto di comandare. Se tu potessi vedere gli Angeli che dall’alto del Cielo osservano le tue lotte nell’arena! Aspettano la fine del combattimento per incoronarti e ricoprirti di fiori. Sai che aspiriamo a essere annoverate tra le piccole Martiri . . . . ma dobbiamo conquistarci le nostre palme.

“Dio non disprezza queste lotte nascoste con noi stesse, tanto più ricche di merito proprio perché nessuno le vede: ‘L’uomo paziente vale più del valoroso, e chi domina il proprio spirito più di chi conquista città.’[14] Con i nostri piccoli atti di carità, compiuti per così dire nell’ombra, otteniamo la conversione dei pagani, aiutiamo i missionari e procuriamo loro abbondanti elemosine, edificando così dimore sia spirituali sia materiali per il nostro Dio eucaristico.”

* * * * * *

Mi era parso di vedere la Madre Priora mostrare a una delle nostre consorelle più fiducia e affetto di quanto ne mostrasse a me. Sperando di trovare comprensione, confidai la mia pena a suor Teresa, e grande fu la mia sorpresa quando mi domandò: “Credi di amare molto nostra Madre?” “Certamente! Altrimenti mi sarebbe indifferente che altre fossero preferite a me.”

“Ebbene, ti dimostrerò che ti sbagli completamente, e che non è nostra Madre che ami, ma te stessa. Quando amiamo davvero gli altri, ci rallegriamo della loro felicità e facciamo ogni sacrificio per procurarla loro. Perciò, se tu avessi questo affetto vero e disinteressato e amassi nostra Madre per lei stessa, saresti contenta di vederla trovare piacere anche a tue spese; e poiché pensi che provi meno soddisfazione a parlare con te che con un’altra consorella, non dovresti rattristarti di essere apparentemente trascurata.”

* * * * * *

Mi affliggevo per le mie molte distrazioni durante la preghiera: “Anch’io ne ho molte”, mi disse, “ma appena me ne accorgo, prego per le persone il cui pensiero distoglie la mia attenzione, e così esse traggono beneficio dalle mie distrazioni. . . . Accetto tutto per amore di Dio, persino le fantasie più stravaganti che mi attraversano la mente.”

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Rimpiangevo uno spillo che mi era stato chiesto e che avevo trovato utilissimo. “Come sei ricca”, disse Teresa, “non sarai mai felice!”

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La grotta di Gesù Bambino era affidata alle sue cure e, sapendo che una delle nostre Madri non sopportava i profumi, non vi metteva mai fiori profumati, neppure una minuscola violetta. Questo le costava molti veri sacrifici. Un giorno, proprio quando aveva appena posto una bella rosa artificiale ai piedi della statua, la Madre la chiamò. Suor Teresa, supponendo che volesse dirle di togliere la rosa, desiderava risparmiarle ogni umiliazione. Portò dunque il fiore alla buona consorella e, prevenendo ogni osservazione, disse: “Guardi, Madre, come si imita bene la natura al giorno d’oggi: non si direbbe che questa rosa sia stata appena colta in giardino?”

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“Ci sono momenti”, ci diceva, “in cui siamo interiormente così misere che non ci resta altro da fare che uscire da noi stesse. In quei momenti Dio non ci obbliga a rimanere in casa. Permette persino che la nostra stessa compagnia ci diventi sgradita, affinché la lasciamo. Ora, non conosco altra via d’uscita se non la porta delle opere di carità, per andare a far visita a Gesù e a Maria.”

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“Quando mi rappresento la Sacra Famiglia, il pensiero che mi fa più bene è quello della semplicità della loro vita domestica. La Madonna e san Giuseppe sapevano bene che Gesù era Dio, mentre al tempo stesso grandi meraviglie rimanevano loro nascoste e, come noi, vivevano di fede. Avete sentito quelle parole del Vangelo: ‘Essi non compresero la parola che aveva detto loro’;[15] e quelle altre, non meno misteriose: ‘Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di Lui.’[16] Sembrava che apprendessero qualcosa di nuovo, perché questa parola, ‘si stupivano’, implica una certa sorpresa.”

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“C’è un versetto dell’Ufficio divino che recito ogni giorno con riluttanza: ‘Ho piegato il mio cuore a compiere i Tuoi precetti per sempre, in vista della ricompensa.’[17] Mi affretto ad aggiungere nel mio cuore: ‘Gesù mio, Tu sai che non Ti servo per la ricompensa, ma soltanto per amore e per il desiderio di conquistarTi anime.”

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“Soltanto in Cielo possederemo la verità nella sua chiarezza. Sulla terra, anche nelle cose della Sacra Scrittura, la nostra visione è confusa. Mi affligge vedere le differenze tra le sue traduzioni, e se fossi stata sacerdote avrei imparato l’ebraico, per leggere la Parola di Dio così come Egli si è degnato di pronunciarla nel linguaggio umano.”

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Suor Teresa mi parlava spesso di un giocattolo molto conosciuto con cui si era divertita da bambina. Era il caleidoscopio, a forma di piccolo cannocchiale, attraverso il quale, facendolo ruotare, si scorge un’infinita varietà di figure dai bei colori.

«Questo giocattolo», disse, «suscitava la mia ammirazione e mi domandavo che cosa potesse produrre un fenomeno così incantevole, finché un giorno, dopo averlo esaminato a lungo, scoprii che conteneva semplicemente dei minuscoli pezzetti di carta e di stoffa sparsi al suo interno. Un ulteriore esame rivelò che dentro il tubo c’erano tre specchi, e il mistero fu risolto. Divenne per me l’immagine di una grande verità.

«Finché le nostre azioni, anche le più insignificanti, rimangono nel caleidoscopio dell’Amore, la Santissima Trinità, raffigurata dai tre specchi, dona loro uno splendore e una bellezza meravigliosi. L’oculare è Gesù Cristo ed Egli, guardando dall’esterno attraverso Se stesso dentro il caleidoscopio, trova perfette tutte le nostre opere. Ma, se uscissimo da quell’ineffabile dimora d’Amore, Egli non vedrebbe altro che gli stracci e la pula di azioni impure e senza valore».

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Raccontai a suor Teresa degli strani fenomeni prodotti dal magnetismo sulle persone che abbandonano la propria volontà all’ipnotizzatore. La cosa sembrò interessarla molto e il giorno dopo mi disse: «Quanto bene mi ha fatto la nostra conversazione di ieri! Quanto desidero essere ipnotizzata da Nostro Signore! È stato il mio primo pensiero al risveglio, e davvero è stato dolce abbandonarGli la mia volontà. Voglio che Egli prenda possesso delle mie facoltà, così che le mie azioni non siano più mie, né umane, ma divine, ispirate e guidate dallo Spirito d’Amore».

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Prima della mia professione religiosa ricevetti, per mezzo della mia santa maestra delle novizie, una grazia del tutto speciale. Avevamo fatto il bucato per tutto il giorno. Ero sfinita dalla fatica e tormentata da preoccupazioni spirituali. Quella sera, prima della meditazione, volevo parlarle, ma lei mi congedò dicendo: «È la campana della meditazione e non ho tempo di consolarti; del resto, vedo chiaramente che sarebbe una fatica inutile. Per il momento, Dio vuole che tu soffra da sola». La seguii alla meditazione così scoraggiata che, per la prima volta, dubitai della mia vocazione. Non sarei mai riuscita a essere carmelitana. Quella vita era troppo dura.

Ero in ginocchio da alcuni minuti quando, all’improvviso, nel pieno di quella lotta interiore, senza aver chiesto e nemmeno desiderato la pace, sentii un improvviso e straordinario mutamento nell’anima. Non mi riconoscevo più. La mia vocazione mi appariva bella e amabile. Vedevo la dolcezza e il valore inestimabile della sofferenza. Tutte le privazioni e le fatiche della vita religiosa mi sembravano infinitamente preferibili ai piaceri del mondo, e uscii dalla meditazione completamente trasformata.

Il giorno dopo raccontai alla mia maestra ciò che era accaduto e, vedendola profondamente commossa, la pregai di dirmene il motivo. «Dio è buono!», esclamò. «Ieri sera mi hai ispirato una compassione così profonda che, all’inizio della meditazione, ho pregato incessantemente per te. Ho supplicato Nostro Signore di consolarti, di cambiare le tue disposizioni interiori e di mostrarti il valore della sofferenza. Ha davvero esaudito le mie preghiere».

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Poiché nei miei modi sono un po’ bambina, il Santo Bambino, per aiutarmi nella pratica della virtù, mi ispirò il pensiero di divertirmi con Lui, e scelsi il gioco dei birilli. Li immaginavo di ogni dimensione e colore, a rappresentare le anime che desideravo raggiungere. La palla era l’amore.

Nel dicembre del 1896 le novizie ricevettero, a beneficio delle Missioni estere, vari piccoli oggetti per un albero di Natale, e in fondo alla scatola che li conteneva c’era una trottola: una rarità in un monastero carmelitano. Le mie compagne osservarono: «Che brutto oggetto! A che cosa potrà mai servire?». Ma io, che conoscevo il gioco, l’afferrai esclamando: «Ma no, che divertimento! Girerà per un giorno intero senza fermarsi, se la si colpisce bene con la frusta»; e subito la feci girare, con loro grande sorpresa.

Suor Teresa ci osservava in silenzio e, la notte di Natale, dopo la Messa di mezzanotte, trovai nella nostra cella la famosa trottola, accompagnata da una deliziosa lettera così indirizzata:

Alla Mia amata piccola sposa

Giocatrice di birilli sul Monte Carmelo

Notte di Natale, 1896.

MIA AMATA PICCOLA SPOSA, sono molto contento di te! Per tutto l’anno Mi hai divertito giocando ai birilli. Ero così colmo di gioia che tutta la corte degli angeli ne era sorpresa e incantata. Diversi piccoli cherubini Mi hanno chiesto perché non li avessi fatti bambini. Altri volevano sapere se la melodia dei loro strumenti non Mi fosse più gradita della tua risata gioiosa quando un birillo cadeva al colpo della tua palla d’amore. Ho risposto loro che non dovevano rammaricarsi di non essere bambini, perché un giorno avrebbero giocato con te nei prati del Cielo. Ho anche detto loro che i tuoi sorrisi Mi erano certamente più dolci delle loro armonie, perché quei sorrisi erano stati acquistati con la sofferenza e l’oblio di te stessa.

E ora, Mia diletta sposa, tocca a Me chiederti qualcosa. Non Me lo rifiuterai: Mi ami troppo. Cambiamo gioco. I birilli Mi divertono molto, ma in questo momento vorrei giocare a far girare una trottola e, se acconsenti, sarai tu la trottola. Te ne dono una come modello. Vedi che è brutta a vedersi e che chiunque non conoscesse il gioco la scaccerebbe con un calcio. Ma, nel vederla, un bambino salterebbe di gioia e griderebbe: «Che divertimento! Girerà per un giorno intero senza fermarsi!».

Sebbene neppure tu sia attraente, Io, il piccolo Gesù, ti amo e ti prego di continuare sempre a girare per divertirMi. È vero, ci vuole una frusta per far girare una trottola. Lascia dunque che siano le tue consorelle a usare la frusta, e sii molto riconoscente a quelle che ti faranno girare più in fretta. Quando Mi sarò divertito abbastanza, ti porterò qui con Me, e i nostri giochi saranno pieni di gioia senza ombre. — Il tuo Fratellino,

GESÙ.

* * * * * *

Avevo l’abitudine di piangere continuamente per le più piccole inezie, e questo era motivo di grande pena per suor Teresa. Un giorno le venne un’idea felice: prese una conchiglia di cozza dal suo tavolo da pittura e, tenendomi ferme le mani perché non glielo impedissi, vi raccolse le mie lacrime, che ben presto si mutarono in allegre risate.

«Ecco», disse, «d’ora in poi ti permetto di piangere quanto vuoi, a condizione che tu lo faccia nella conchiglia!»

Una settimana prima della sua morte, tuttavia, passai un’intera serata in lacrime al pensiero della sua fine ormai vicina. Lei lo seppe e mi disse: «Hai pianto. L’hai fatto nella conchiglia?». Non fui capace di dire una bugia, e la mia risposta la rattristò. «Sto per morire», continuò, «e non sarò tranquilla sul tuo conto se non mi prometti di seguire fedelmente il mio consiglio. Lo ritengo della massima importanza per il bene della tua anima».

Promisi ciò che mi chiedeva, supplicandola però di concedermi, come favore, il permesso di piangere alla sua morte. «Ma», rispose, «perché piangere alla mia morte? Quelle lacrime saranno certamente inutili. Piangerai sulla mia felicità! Tuttavia ho compassione della tua debolezza e per i primi giorni hai il permesso di piangere, ma poi dovrai riprendere la conchiglia».

Mi è costato qualche sforzo eroico, ma sono stata fedele. Ho tenuto la conchiglia a portata di mano e, ogni volta che la voglia di piangere mi sopraffaceva, afferravo quell’oggetto impietoso. Per quanto le lacrime premessero, il fastidio di passarla da un occhio all’altro mi distraeva a tal punto che, in breve tempo, questo ingegnoso metodo mi guarì del tutto dalla mia emotività.

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A causa di una mancanza che aveva molto addolorato suor Teresa, ma della quale mi ero profondamente pentita, avevo intenzione di privarmi della santa Comunione. Le scrissi la mia decisione, e questa fu la sua risposta: «Fiorellino carissimo a Gesù, grazie a questa umiliazione le tue radici si nutrono della terra. Ora devi spalancare i tuoi petali, o piuttosto alzare bene il capo, affinché la Manna degli Angeli possa scendere come una rugiada divina a fortificarti e a provvedere a tutti i tuoi bisogni. Buonanotte, povero fiorellino! Chiedi a Gesù che tutte le preghiere offerte per la mia guarigione servano ad accrescere il fuoco che deve consumarmi».

* * * * * *

«Al momento della Comunione paragono talvolta la mia anima a quella di una bambina di tre o quattro anni, che giocando si è spettinata e ha sporcato i vestiti. È un’immagine di ciò che mi accade nelle mie lotte per le anime. Ma la Madonna viene subito in mio soccorso, mi toglie il grembiulino sporco, e mi riordina i capelli, ornandoli con un bel nastro o con un semplice fiore. . . . Allora sono tutta graziosa e posso, senza alcuna vergogna, sedermi al Banchetto degli Angeli».

* * * * * *

In infermeria aspettavamo appena che terminasse il ringraziamento prima di chiederle consiglio. Dapprima questo la contrariava un poco, e ci rivolgeva dolci rimproveri, ma presto cedette alle nostre richieste, dicendo: «Non devo desiderare più riposo di Nostro Signore. Quando, dopo aver predicato, si ritirava nel deserto, le folle venivano a turbare la Sua solitudine. Venite dunque da me quanto volete; devo morire con la spada in mano: “la spada dello Spirito, che è la Parola di Dio”».[18]

* * * * * *

«Consigliaci», le dicevamo, «come trarre profitto dalle istruzioni spirituali che riceviamo». «Andate a chiedere consiglio con grande semplicità, senza contare troppo su un aiuto che potrebbe venirvi a mancare in qualsiasi momento. Dovreste allora dire con la Sposa del Cantico dei Cantici: “Le guardie mi hanno tolto il mantello e mi hanno ferita; da poco le avevo oltrepassate, quando trovai Colui che l’anima mia ama”.[19] Se domandate del vostro Amato con umiltà e distacco, le guardie vi daranno risposta. Più spesso troverete Gesù soltanto dopo aver oltrepassato tutte le creature. Quante volte ho ripetuto questi versi del Cantico spirituale di san Giovanni della Croce:

“Ti prego, non mandare più messaggeri fra noi, che non sanno dirmi ciò che il mio spirito anela a sapere. Poiché quelli che narrano le Tue bellezze — raccontandone sempre altre mille — fanno sanguinare tutte le mie ferite, mentre, più profondamente di prima, un non so che affligge il mio spirito con vaghi balbettii e mi priva di ogni vita”».

* * * * * *

«Se, per un’ipotesi impossibile, Dio stesso non potesse vedere le mie buone azioni, non me ne preoccuperei. Lo amo tanto che vorrei darGli gioia senza che sapesse chi Gliel’ha donata. Quando vede il dono che Gli viene fatto, è, per così dire, obbligato a ricambiare. . . . Vorrei risparmiarGli questo disturbo».

* * * * * *

«Se fossi stata ricca, non avrei mai potuto vedere un povero affamato senza dargli da mangiare. È così che faccio anche nella vita spirituale. Ci sono molte anime sull’orlo dell’inferno, e man mano che i miei guadagni mi giungono tra le mani, li distribuisco fra questi peccatori. Non è ancora mai venuto il momento in cui potessi dire: “Ora lavorerò per me stessa”».

* * * * * *

“Ci sono persone che vedono il peggio in ogni cosa. Quanto a me, faccio proprio il contrario. Vedo sempre il lato buono delle cose e, anche se mi tocca soffrire, senza un barlume di conforto, ebbene, ne faccio la mia gioia.”

* * * * * *

“Tutto ciò che è venuto dalle mani di Dio mi è sempre piaciuto, persino quelle cose che mi sono sembrate meno buone e meno belle dei doni fatti agli altri.”

* * * * * *

“Quando soggiornavo da mia zia, ed ero ancora bambina, mi fu dato da leggere un certo libro. In uno dei racconti si lodava molto una maestra che, con il suo tatto, riusciva a cavarsela in ogni difficoltà senza ferire i sentimenti di nessuno. Il suo modo di dire a una persona: ‘Hai ragione’, e a un’altra: ‘Non hai torto’, mi colpì particolarmente e, mentre leggevo, pensavo che io non avrei agito così, perché bisogna sempre dire la verità. Ed è ciò che faccio sempre, anche se riconosco che è molto più difficile. Ci costerebbe molta meno fatica, quando qualcuno ci confida una preoccupazione, addossare la colpa agli assenti. Meno fatica . . . eppure faccio proprio il contrario, e se questo mi attira antipatie, pazienza. Le novizie non vengano da me se non vogliono conoscere la verità.”

* * * * * *

“Perché un rimprovero[20] porti frutto, deve costare qualcosa ed essere privo della minima traccia di passionalità. La bontà non deve degenerare in debolezza. Quando abbiamo avuto un buon motivo per rimproverare, dobbiamo fermarci lì, senza lasciarci turbare per aver fatto soffrire. Andare a cercare la colpevole per consolarla fa più male che bene. Lasciata sola, è costretta a guardare oltre le creature e a rivolgersi a Dio; è costretta a riconoscere le proprie colpe e a umiliarsi. Altrimenti si abituerebbe ad aspettarsi una consolazione dopo un rimprovero meritato e si comporterebbe come un bambino viziato che pesta i piedi e strilla, sapendo bene che in questo modo costringerà la madre a tornare ad asciugargli le lacrime.”

* * * * * *

“‘La spada dello Spirito, che è la Parola di Dio, sia sempre nella vostra bocca e nei vostri cuori.'[21] Se troviamo sgradevole una determinata persona, non dobbiamo mai scoraggiarci, e tanto meno smettere di adoperarci per emendare quell’anima. Dobbiamo impugnare la spada dello Spirito, e così correggere i suoi difetti. Non dobbiamo mai lasciar correre le cose per amore del nostro quieto vivere. Dobbiamo continuare la lotta anche quando non c’è speranza di vittoria. Il successo non conta nulla, e dobbiamo continuare a combattere senza mai lamentarci: ‘Non otterrò nulla da quell’anima, non capisce, non resta che abbandonarla’. Sarebbe un atto di viltà. Dobbiamo compiere il nostro dovere fino in fondo.”

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“Un tempo, se qualcuno dei miei amici era in difficoltà e non riuscivo a consolarlo quando veniva a trovarmi, lasciavo il parlatorio con il cuore spezzato. Ben presto, però, Nostro Signore mi fece comprendere quanto fossi incapace di portare conforto a un’anima, e da quel giorno non mi rattristai più quando chi veniva a trovarmi se ne andava abbattuto. Affidavo a Dio le sofferenze di quelle persone a me tanto care, ed ero certa che Egli ascoltasse la mia preghiera. Alla loro visita successiva, venivo a sapere che non mi ero sbagliata. Dopo questa esperienza, non mi preoccupo più quando ho involontariamente fatto soffrire. . . . Chiedo semplicemente a Nostro Signore di rimediare.”

* * * * * *

“Che cosa pensi di tutte le grazie di cui sei stata colmata?”—”Penso che ‘lo Spirito di Dio soffia dove vuole’.”[22]

* * * * * *

“Madre”, disse un giorno alla priora, “se fossi infedele, se commettessi anche la più piccola infedeltà, sento che la mia anima sarebbe sprofondata nell’angoscia più terribile e non sarei capace di accogliere la morte.”

La madre priora si mostrò sorpresa di sentirla parlare in questo modo, ed ella proseguì: “Parlo dell’infedeltà dovuta all’orgoglio. Se, per esempio, dicessi: ‘Ho acquisito questa o quella virtù e sono capace di praticarla’; oppure: ‘Mio Dio, Tu sai che Ti amo troppo per soffermarmi su un solo pensiero contro la fede’, subito sarei assalita dalle tentazioni più pericolose e certamente cederei. Per evitare questa disgrazia, non devo far altro che dire umilmente e di cuore: ‘Mio Dio, Ti supplico di non permettere che io Ti sia infedele’.

“Comprendo chiaramente come sia caduto san Pietro. Ripose troppa fiducia nel proprio temperamento ardente, invece di appoggiarsi unicamente alla forza divina. Se solo avesse detto: ‘Signore, dammi la forza di seguirTi fino alla morte!’, la grazia non gli sarebbe stata negata.

“Come mai, Madre, Nostro Signore, sapendo ciò che stava per accadere, non gli disse: ‘Chiedi a Me la forza di fare ciò che hai in mente’? Penso che il Suo intento fosse darci una duplice lezione: anzitutto, che con la Sua presenza non insegnò ai Suoi Apostoli nulla che non insegni a noi attraverso le ispirazioni della grazia; e, in secondo luogo, che, avendo scelto san Pietro per governare tutta la Chiesa, nella quale vi sono molti peccatori, volle che sperimentasse in se stesso ciò che l’uomo può fare senza l’aiuto di Dio. Ecco perché Gesù gli disse prima della caduta: ‘Tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli’;[23] cioè: ‘Racconta loro la storia del tuo peccato; mostra loro, attraverso la tua stessa esperienza, quanto sia necessario per la salvezza appoggiarsi unicamente a Me’.”

* * * * * *

Mi affliggeva molto vederla malata, e spesso esclamavo: «La vita è così triste!». «La vita non è triste», si affrettava a dire; «al contrario, è piena di gioia. Se tu dicessi: “L’esilio è triste”, potrei capire. È un errore chiamare “vita” ciò che deve avere una fine. Questa parola dovrebbe essere usata soltanto per le gioie del Cielo, gioie che non svaniscono; e in questo suo vero significato la vita non è triste, ma gioiosa, gioiosissima…».

La sua allegria era una delizia. Da parecchi giorni stava molto meglio, e le dicevamo: «Non sappiamo ancora di quale malattia morirai…». «Ma io», rispose, «morirò di morte! Dio non disse forse ad Adamo di che cosa sarebbe morto, quando gli disse: “Morirai di morte”?»[24]

«Allora la morte verrà a prenderti?» — «No, non la morte, ma il buon Dio. La morte non è, come ci mostrano le immagini, un fantasma, uno spettro orribile. Il Catechismo dice che è la separazione dell’anima dal corpo: niente di più! Ebbene, non temo una separazione che mi unirà per sempre a Dio».

«Il Ladro divino», domandò qualcuno, «verrà presto a rubare il Suo grappolino d’uva?» «Lo vedo in lontananza e mi guardo bene dal gridare: “Al ladro!”. Piuttosto, Lo chiamo: “Da questa parte, da questa parte!”».

* * * * * *

Quando le fu chiesto con quale nome avremmo dovuto pregarla in Cielo, rispose umilmente: «Chiamatemi piccola Teresa».

* * * * * *

Le dicevo che gli angeli più belli, tutti vestiti di bianco, avrebbero portato la sua anima in Cielo. «Fantasie come queste», rispose, «non mi aiutano, e la mia anima può nutrirsi soltanto di verità. Dio e i Suoi angeli sono puri spiriti. Nessun occhio umano può vederli come sono realmente. Ecco perché non ho mai chiesto favori straordinari. Preferisco attendere la visione eterna».

«Per consolarmi alla tua morte, ho chiesto a Dio di mandarmi un bel sogno». — «È una cosa che non farei mai… chiedere consolazioni. Poiché desideri assomigliarmi, sai come la penso al riguardo:

“Non temere, o Signore, che io Ti svegli: attenderò in pace la riva celeste”.

«È così dolce servire Dio nella notte oscura e in mezzo alla prova. In fondo, abbiamo soltanto questa vita per vivere di fede».

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«Sono felice al pensiero di andare in Cielo, ma quando rifletto su queste parole di Nostro Signore: “Ecco, io vengo presto e ho con Me la Mia ricompensa, per rendere a ciascuno secondo le sue opere”,[25] penso che il mio caso Lo metterà in imbarazzo: non ho opere… Ebbene, mi renderà secondo le Sue opere!»

* * * * * *

«La principale indulgenza plenaria, che è alla portata di tutti e si può ottenere senza le consuete condizioni, è quella della carità, che “copre una moltitudine di peccati”».[26]

* * * * * *

«Di certo non passerai nemmeno per il Purgatorio. Se accadesse una cosa simile, allora davvero nessuno andrebbe direttamente in Cielo». — «È una cosa che mi preoccupa poco. Sarò pienamente contenta della decisione di Dio misericordioso. Se dovessi andare in Purgatorio, come i tre giovani ebrei nella fornace camminerò tra le fiamme cantando il Cantico dell’Amore».

* * * * * *

«In Cielo sarai posta tra i Serafini». «Se sarà così, non li imiterò. Alla vista di Dio si coprono con le loro ali[27]: io mi guarderò bene dal nascondermi con le mie».

* * * * * *

Le mostrai un’immagine che raffigurava Giovanna d’Arco confortata in prigione dalle sue Voci, e lei osservò: «Anch’io sono confortata da una voce interiore. Dall’alto, i santi mi incoraggiano dicendo: “Finché sarai prigioniera in catene, non potrai compiere la tua missione; ma più tardi, dopo la tua morte, verrà il tuo giorno di trionfo”».

* * * * * *

«In Cielo Dio farà tutto ciò che desidero, perché sulla terra non ho mai fatto la mia volontà».

* * * * * *

«Dal Cielo ci guarderai quaggiù, non è vero?» — «No, scenderò».

* * * * * *

Alcuni mesi prima della morte di suor Teresa, in refettorio si leggeva La vita di san Luigi, e una delle Madri rimase colpita dall’affetto tenero e reciproco che univa il giovane santo e l’anziano gesuita, padre Corbinelli.

«Tu sei il piccolo Luigi», disse a Teresa, «e io sono il vecchio padre Corbinelli: ricordati di me quando entrerai in Cielo». «Vuole che venga presto a prenderla per portarla lassù, cara Madre?» «No, non ho ancora sofferto abbastanza». «Ma no, Madre, le dico che ha sofferto più che abbastanza». Al che Madre Hermance rispose: «Non oso dire di sì… In una questione così grave devo avere il consenso dell’autorità». La richiesta fu dunque presentata alla Madre Priora, che, senza attribuirvi molta importanza, diede il suo consenso.

Ora, in uno degli ultimi giorni della sua vita, suor Teresa, che per la grande debolezza riusciva appena a parlare, ricevette tramite l’infermiera un mazzo di fiori. Li aveva raccolti Madre Hermance, accompagnandoli con la supplica di ricevere una parola d’affetto. Ecco il messaggio: «Dica a Madre Hermance del Cuore di Gesù che questa mattina, durante la Messa, ho visto la tomba di padre Corbinelli accanto a quella del piccolo Luigi».

«Bene», rispose la buona Madre, profondamente commossa; «dica a suor Teresa che ho capito…». E da quel momento fu convinta che la sua morte fosse vicina. Morì esattamente un anno dopo e, secondo la predizione del «piccolo Luigi», le due tombe si trovano l’una accanto all’altra.

* * * * * *

Le ultime parole scritte dalla mano di suor Teresa furono: «O Maria, se io fossi la Regina del Cielo e tu fossi Teresa, vorrei essere Teresa per vederti Regina del Cielo!» _____________________________

[1] Cfr. Vangelo secondo Matteo 20:23.

[2] Cfr. Salmo 67[68]:28.

[3] Cfr. Libro dei Proverbi 1:4.

[4] Libro di Giuditta 15:11.

[5] Siracide 11:12, 13, 22, 23, 24.

[6] Libro di Geremia 10:23.

[7] Cfr. Salmo 93[94]:18.

[8] Imitazione di Cristo, I, xvi. 4.

[9] Vangelo secondo Giovanni 14:2.

[10] Cfr. Salmo 111[112]:5.

[11] Cantico dei Cantici 1:2.

[12] Cfr. 2 Esdra 4:17.

[13] Vangelo secondo Matteo 25:36.

[14] Libro dei Proverbi 16:32.

[15] Vangelo secondo Luca 2:50.

[16] Vangelo secondo Luca 2:33.

[17] Salmo 118[119]:112.

[18] Lettera agli Efesini 6:17.

[19] Cfr. Cantico dei Cantici 5:7, 3:4.

[20] In questo e nel successivo «consiglio» occorre ricordare che a parlare è una maestra delle novizie. [N.d.R.]

[21] Cfr. Lettera agli Efesini 6:17; Libro di Isaia 61:21.

[22] Cfr. Vangelo secondo Giovanni 3:8.

[23] Vangelo secondo Luca 22:32.

[24] Cfr. Genesi 2:17. Un gioco di parole sull’espressione francese: Tu mourras de mort. [N.d.R.]

[25] Apocalisse 22:12.

[26] Libro dei Proverbi 10:12.

[27] Cfr. Libro di Isaia 6:2.


Indice di Storia di un’anima

Indice di Lezioni di santa Teresa: la sapienza del piccolo fiore di Dio


 

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